L'ELOGIO FUNEBRE DI LARIS PULENAS

L'iscrizione del Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE 5430; Ta 1.17; TLE-TET 131), spesso citata col titolo di «Elogio funebre di Laris Pulenas», è una delle più lunghe iscrizioni etrusche che possediamo, dato che è stesa su 9 righe e contiene 60 vocaboli. Essa risulta scolpita sull'effigie del rotolo di un volume tenuto aperto ed esibito da un defunto, il quale è raffigurato disteso sul coperchio di un sarcofago in nenfro del 200 circa a.C. Questo sarcofago è stato rinvenuto a Tarquinia, nel cui Museo Nazionale risulta attualmente conservato ed esposto. Certamente Laris Pulenas era un personaggio che aveva ricoperto alte cariche pubbliche e sacerdotali.
Sino al 1990 lo stato della decifrazione e della interpretazione del testo era estremamente ridotto, come dimostra il fatto che Massimo Pallottino, nell'ultima edizione del suo manuale Etruscologia, che è del 1984, si esprimeva nei seguenti termini esatti: «il testo è purtroppo ancora molto oscuro, fatta eccezione per la formula introduttiva e per alcune espressioni isolate» (1). Ma in proposito è molto più significativo il fatto che nell'intera collezione della rivista «Studi Etruschi», che è iniziata nel 1927 e che non ha mai cessato di comparire sino al presente, diventando ormai la rivista "ufficiale" della etruscologia mondiale, l'iscrizione di Laris Pulenas è stata citata due sole volte e per di più con notazioni brevissime e del tutto marginali (2).

Avendo fatto una ricerca accurata sulla presenza della nostra iscrizione in tutti volumi dei citati «Studi Etruschi», aiutato dai tre volumi di Indici, per la stessa sostanziale negatività di questa mia ricerca non mi sono sentito in obbligo di allargarla anche alle altre riviste che hanno pubblicato e pubblicano di tanto in tanto studi di linguistica etrusca. Ho considerato infatti che, almeno per i tempi relativamente recenti, ad iniziare dalla sua fondazione, nella rivista «Studi Etruschi» non sarebbe mancata almeno la notizia di eventuali importanti apporti ermeneutici relativi alla iscrizione di Laris Pulenas. Il che invece - come ho già detto - non è affatto avvenuto.

L'unica eccezione è costituita da un studio del 1957 di Jacques Heurgon, Influences grecques sur la religion étrusque: l'inscription de Laris Pulenas, studio che però non ha un carattere propriamente linguistico-ermeneutico, mentre ne ha uno prevalentemente storico-culturale e che d'altronde non mi ha affatto convinto nelle sue conclusioni ultime relative alla supposta ascendenza "greca" di Laris Pulenas (3).

Pertanto il più ampio intervento fatto in vista della interpretazione e della traduzione della nostra iscrizione mi risulta essere stato quello di Alfredo Trombetti, pubblicato nella sua opera La Lingua Etrusca (4), che è esattamente contemporanea alla nascita della rivista «Studi Etruschi», dato che l'una e l'altra sono nate in conseguenza del «I Congresso Internazionale Etrusco», svoltosi a Firenze nel 1926. Senonché i risultati effettivi del Trombetti si limitano soltanto alla traduzione di quelle che il Pallottino ha definito «formula introduttiva ed alcune espressioni isolate», risultati che del resto quasi tutti appartenevano già alla linguistica etrusca precedente...

In epoca molto più recente c'è stato un nuovo tentativo ermeneutico da parte di Alessandro Morandi, effettuato nel suo libro Nuovi lineamenti di lingua etrusca che è del 1991 (5); però, pur sorvolando sul fatto che il Morandi ha ignorato completamente l'esistenza del mio intervento - di cui parlerò subito - del 1990, sta di fatto che la traduzione che egli ha prospettato per la nostra iscrizione non è andata molto più in là di quella del Trombetti, che lo aveva preceduto di 64 anni...

Alla iscrizione di Laris Pulenas avevo dunque dedicato un apposito studio nella mia raccolta intitolata Testi Etruschi tradotti e commentati - con vocabolario (TET 131), col risultato che ero riuscito a tradurre ed interpretare più di sette righe, lasciandone non tradotte solamente due. Senonché di recente è avvenuto che la mia effettiva pratica di docente, quasi di fronte ai miei allievi, mi ha consentito di tradurre anche queste due ultime righe dell'iscrizione, col risultato finale che sono oggi in grado di presentare la traduzione completa di quella importante iscrizione, esclusi solamente due piccoli brani che risultano guasti e mancanti sul piano epigrafico.

In via preliminare mi sento in obbligo di precisare che ai fini della mia interpretazione e traduzione mi sono avvalso delle seguenti evidenze e metodologie linguistiche: 1) Nozioni ormai pacificamente acquisite dalla linguistica etrusca; 2) Applicazione del metodo dello «sviluppo della corradicalità» da vocaboli etruschi già interpretati e tradotti ad altri omoradicali da interpretare e tradurre (cfr. miei TET, «Introduzione», pag. 11); 3) Connessioni comparative con vocaboli latini, finora privi di etimologia, per i quali c'è almeno una notevole probabilità che siano derivati dall'etrusco (6); 4) «Verifica combinatoria» delle nuove mie proposte di traduzione di vocaboli dell'iscrizione di Laris Pulenas sia rispetto all'intero contesto della iscrizione stessa, sia rispetto agli altri vocaboli e testi etruschi per i quali è stata fino al presente prospettata una determinata traduzione, certa od almeno probabile.

A questo proposito mi sento di dover fare una seconda precisazione: come capita sempre per tutte le discipline di carattere storico, anche per la linguistica etrusca è necessario distinguere tre fatti: il certo, il probabile e l'ipotetico (7). Ebbene nella mia traduzione ma soprattutto nel relativo commento ho dato per scontato che il "certo" appartenga alla comune conoscenza linguistica dei lettori, per cui su di esso ho sorvolato, mentre ho fatto uso degli avverbi probabilmente e forse per indicare e segnalare rispettivamente il "probabile" e l'"ipotetico".

Preciso infine che il testo dell'iscrizione è qui presentato con la consueta traslitterazione in caratteri latini, ma in forma epigrafica, ossia col rispetto delle singole righe.

LRIS · PULENAS · LARCES · CLAN · LARTHAL · PAPACS
VELTHURUS · NEFTS · PRUMS · PULES · LARISAL · CREICES
AN [·] CN · ZIX · NETHSRAC · ACASCE · CREALS · TARXNALTH · SPU
REM · LUCAIRCE · IPA · RUTHCVA · CATHAS · HERMERI · SLICAXEM ·
APRINTHVALE · LUTHCVA · CATHAS · PAXANAC · ALUMNATHE · HERMU
MELE · CRAPISCES · PUTS · XIM · CULSL · LEPRNAL · PSL · VARXTI · CERINE · PUL
ALUMNATH · PUL · HERMU · HUZRNATRE · PSL · TENIN [THI...] · METHLUMT · PUL ·
HERMU · THUTUITHI · MLUSNA · RANVIS · MLAMNA · [.........] [ALU]MNATHURAS · PAR
NIX · AMCE · LESE · H[E]RM[E]RIER

 

«Laris Pulenio figlio di Larce, nipote di Larth (zio) / nipote di Uelthur (nonno), pronipote di Laris Pullio Greco; / egli compose questo scritto aruspicino da sacerdote di Cerere in Tarquinia / e resse la città da lucumone; ivi (fu addetto) a fissare i giri di Catha e indisse / da pretore i ludi di Catha e i Baccanali (fu) confermato nell'ufficio / curò poi l'offerta della lettiga (e) di tutto il vasellame di Culsu Leprinia secondo la promessa (fatta) alla stessa / (fu) poi confermato nell'ufficio di addestrare la gioventù della stessa (città) (fu) poi in riconoscenza / confermato nella (assemblea della) Confederazione (Etrusca) in rappresentanza (della città) .?. .?. .?. (.........), fu patrono del collegio dei novizi (e) scelse quelli da confermare».

 

lris è una variante (non un'abbreviazione) del prenome maschile Laris, documentata altre volte (ThLE 226), variante che induce a ritenere che il prenome si pronunziasse ossitono, cioè Larís.

Il gentilizio maschile pulenas è da confrontare con quello lat. Pulenius (RNG 150); la -s finale è quella dell'originario genitivo patronimico ormai fossilizzata (iscr. 35 TLE-TET; LEGL 78).

papacs «nipote» rispetto allo zio, mentre nefts «nipote» rispetto al nonno. Questo è da confrontare col lat. nepos,-tis, probabilmente a titolo di omoradicalità indoeuropea.

prums «pronipote» è probabilmente da ricostruire in prumts ed è da confrontare col lat. pronepos.

pulenas... pule(-s) dal contesto si vede chiaramente che il primo gentilizio è derivato dal secondo, probabilmente nella forma del diminutivo.

creice è il cognomen, il quale in origine probabilmente significava «amico dei Greci, che frequenta i Greci» e niente più.

cn accusativo del pronome ca «questo» (iscr. 51, 149, 736, 863 TLE-TET).

zikh «scritto, documento scritto, copia di documento, libro»; cfr. zic della Tabula Cortonensis.

nethsrac «aruspicino, relativo all'aruspicina», come dimostra l'equazione netsvis/haruspex dell'iscr. bilingue 697 TLE-TET.

cn zikh nethsrac «questo libro aruspicino» si riferisce al libro o, meglio, al volume simbolico raffigurato nel coperchio del sarcofago e tenuto aperto dal defunto.

acasce «fece, ha fatto» preterito debole da confrontare con acazr «cose fatte» dell'iscr. 91 TLE-TET e forse col lat. agere a titolo di omoradicalità indoeuropea.

creals probabilmente «di/da sacerdote di Cerere» (genit.) oppure = lat. aedilis Cerealis «sovrintendente all'approvvigionamento e al mercato del grano».

tarkhnalth «in Tarquinia» è da distinguere in tarkhnal-th, con la desinenza locativa -th variante di -thi, -the, -t(i), -te (iscr. 125 TLE-TET; LEGL 82).

spure(-m) «(e) la città».

lucairce «resse, governò; ha retto, governato», preterito debole corradicale di lucumu «lucumone, re» (iscr. 843 TLE-TET).

ipa «ivi» o, in subordine «dove», avverbio da confrontare col lat. ibi (iscr. 619 TLE-TET).

ruthcva (plur.) probabilmente = «giri», da confrontare col lat. rota «ruota, cerchio, giro» (come prestito oppure a titolo di omoradicalità indoeuropea?).

cathas divinità femminile del sole, definita da Marziano Capella filia Solis (iscr. 190, 373, 447, 622, 719, 823 TLE-TET).

hermeri gerundivo (cfr. cekhaneri iscr. 126 TLE-TET; LEGL 127) col probabile significato di «da fissare, da determinare», che è da confrontare col lat. firmare, sinora di etimo incerto (DELL) e che quindi potrebbe essere appunto di origine etrusca (cfr. TLE-TET iscr. 539 ferme, 579 hermial); «a fissare i giri di Catha» verosimilmente accenna alla infissione dei clavi annales nel tempio della dea Northia, operazione che indicava il passare degli anni (Livio, VII, 3, 7; LISNE 125) e che si adattava bene a Laris Pulenas, in virtù delle sue alte cariche sacerdotali. Più in generale quella operazione dimostra che gli Etruschi conservavano ancora e tenevano a conservare la memoria storica del loro primo arrivo dalla Lidia in Italia, attorno al 949 a.C. (OPSE § 56).

slicakhe(-m) dal contesto sembrerebbe significare un preterito debole col significato di edidit «indisse» (vedi sotto).

aprinthvale «(d)a pretore», in dativo temporale (LEGL 80, 141) (vedi aprinthu, iscr. 494, 923 TLE-TET); è molto probabile che aprinthu sia omoradicale appunto del lat. praetor (commento iscr. 233 TLE-TET).

luthcva «ludi, giochi» (religiosi o funebri) (plur.), da confrontare col lat. ludus, già indiziato come di origine etrusca (DELL) oppure, in via subordinata, col lat. laus, laudis «lode», privo pur'esso di etimologia (DELL) e quindi forse anch'esso di origine etrusca (il passaggio au u è conosciuto in etrusco); cfr. luth del Liber Linteus VI.18. In proposito è notevole in una iscrizione latina trovata a Bettona (Perugia) questa frase: Aetruriae ludos aedidit (CIL XI 5170).

pakhana(-c) «(e) bacchico, baccanale» aggettivo derivato da pakhi(-es) «(di) Bacco»; risulta al singolare perché riferito a luthcva, che invece è al plurale, a norma della "flessione di gruppo" (LEGL 83). È appena il caso di ricordare che i Baccanali erano arrivati a Roma proprio dall'Etruria; ma a Roma furono proibiti dal famoso senatoconsulto del 186 a.C.

alumnath(e) «nel servizio, nell'ufficio, nella funzione», è evidentemente da connettere col lat. alumnus «alunno, discepolo» ed anche «servo», a titolo o di prestito o di adattamento o di omoradicalità indoeuropea; -(e) è la solita desinenza del locativo (in questo caso "locativo figurato").

hermu = lat. firmatus «fermato, confermato», participio passivo dello stesso verbo di cui hermeri è il gerundivo; si noti che la formula alumnath(e) hermu «confermato nell'ufficio» è ripetuta nella riga 7 e inoltre nella 8 con la variante hermu thutuithi.

mele «dono, donazione, offerta», corradicale di mulu «donato», muluvanice «ha o aveva donato».

crapisces «della lettiga», la lettiga del lettisternio, dal greco kràbatos «lettuccio, lettiga».

puts «di vaso» (genit.) è da confrontare col greco boûttis «vaso di forma tronco-conica» (finora privo di etimologia; DELG) (vedi putiza, putzs, putina delle iscr. 11, 133, 903 TLE-TET).

khim compare parecchie volte nel Liber linteus della Mummia di Zagabria e dal contesto sembra significare «ogni, tutto» (iscr. 651 TLE-TET).

puts khim Culsl Leprnal «di tutto il vasellame di Culsu Leprinia» o corredo funerario dedicato a questa dea infernale, letteralmente «di ogni vaso di Culsu Leprinia».

culsl genit. di culs(u), dea infernale, custode della porta dell'oltretomba (CIE 1812; iscr. 719 TLE-TET); culs(-l) leprna(-l) «(di) Culsu Leprinia»; dell'aggettivo si possono prospettare ben quattro spiegazioni: 1ª) «Culsu Leporina», perché la lepre era considerata un animale di cattivo augurio (probabilmente per il suo nascondersi sotto terra), tanto che si evitava di nominarla (DELL); 2ª) «Culsu provocatrice di lebbra» (lat. lepra); 3ª) «Culsu venerata dai Leprini» (cioè dagli abitanti dell'odierno Leprignano nel Lazio?; Trombetti, La lingua etrusca, § 286); 4ª) «Culsu Leprinia» perchè il suo culto era gestito da una famiglia Leprinia (Pfiffig, Religio Etrusca 331).

psl «dello-a stesso-a», da confrontare col lat. ipsius; qui è in genitivo di dedicazione (LEGL 136).

varkhti «in promessa, secondo promessa» (locativo figurato) questo significato è suggerito dal vocabolo vakhr «patto, accordo» del Cippo di Perugia (CIE 4538).

cerine «curò, ha curato» preterito forte, di cui cerikhunce è la forma debole oppure il trapassato (LEGL 119; iscr. 51, 315 TLE-TET).

pul... pul... pul congiunzione «poi...poi...poi».

huzrnatre «la gioventù», quella atta alle armi; da distinguere in huzrna-t-r-e, col l'articolo determinativo enclitico al plurale (LEGL 105).

psl «della stessa» città di Tarquinia citata prima.

tenin [thi] forse «in riconoscenza, per gratitudine».

methlumt «nella Nazione o Confederazione (etrusca)» e precisamente nella sua assemblea; -t è ancora la desinenza del locativo e dimostra che la divisione del vocabolo in methl-um è errata (iscr. 99, 719 TLE-TET).

hermu thutuithi «confermato nella tutela, nel tutorato», cioè «nella rappresentanza» della sua città di Tarquinia in seno all'assemblea della Confederazione etrusca.

thutui(-thi) probabilmente = lat. tutela, che finora è privo di etimologia (DELL s.v. tueor) e che pertanto potrebbe derivare proprio dall'etrusco, a meno che fra i due non ci sia un rapporto di omoradicalità indoeuropea; è da confrontare con thuta «protettrice» dell'iscr. CIE 5881 (AT 1.193, territorio tarquinese), del testo della Mummia, X.7, e della 1ª lamina di Pirgi.

mlusna.... mlamna siccome sembrano corradicali dei verbi mlakas «che dona», muluvanice «ha od aveva donato», probabilmente significano «donatore» e «dono» rispettivamente.

ranvis vocabolo finora sconosciuto sia come documentazione che come significato. D'altronde il significato di questi tre vocaboli risulta finora inspiegabile, anche perché il testo è guasto.

[alu]mnathuras, ricostruito da M. Pallottino (SE V 257), letteralmente «collegio degli alunni o discepoli», ma ho tradotto «dei novizi» perché evidentemente si trattava di aspiranti alla carica sacerdotale. Il suffisso collettivo -ur implica un riferimento a «famiglia, gente, associazione, collegio, ordine professionale» (iscr. 635 TLE-TET; LEGL 89).

parnith in virtù del contesto si può interpretare e tradurre «patrono» (Bugge, BB XI).

amce «fu, è stato» (iscr. 103 TLE-TET).

lese sembra un preterito forte che il contesto suggerisce di interpretare «scelse»; il preterito debole sarebbe lesece dell'iscr. CIE 5336 (Ta 7.13 di Tarquinia).

hermerier «quelli da confermare», cioè i novizi da promuovere; si tratta di un gerundivo sostantivato con la -r del plurale (LEGL 128); la ricostruzione viene fatta in base al precedente hermeri (Trombetti, La lingua etrusca, pag. 287) (8).


NOTE

(1) M. Pallottino, Etruscologia, VII ediz., Milano, 1984, pag. 441.

(2) Rispettivamente da C. Battisti, SE, VI, 1932, pag. 313, e M. Torelli, SE, XXXV, 1967, pagg. 176-177.

(3) Pubblicato nella «Revue des Études Latines», XXXV, 1957, pagg. 106 segg.

(4) A. Trombetti, La lingua etrusca, Firenze, 1928, pagg. 177-181.

(5) A. Morandi, Nuovi lineamenti di lingua etrusca, Roma, 1991, pagg. 156-167.

(6) È questa una metodologia e una via ermeneutica che ormai vado seguendo dai più di 20 anni dacché mi sto interessando della lingua etrusca; cfr. soprattutto M. Pittau, Lessico etrusco-latino comparato col nuragico, Sassari, 1984 (Libreria Dessì).

(7) Cfr. TET, «Introduzione», pag. 20.

(8) Questo studio, anticipato in TET 131, è stato già pubblicato negli «Atti del Sodalizio Glottologico Milanese», vol. XXX, 1989 (1992), pagg. 53-59.


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