EPITETO
ETRUSCO DI APOLLO
Nel noto specchio in bronzo di Tuscania (sec. III a.C.) - attualmente nel Museo Archeologico di Firenze - tutti gli studiosi hanno visto ed interpretato una scena di «rito aruspicale», incentrata nella figura di un giovane che esamina un fegato tenuto con le mani e circondato da altri quattro personaggi. Uno di questi, ignudo, è stato quasi da tutti gli studiosi identificato col dio Apollo, sia in virtù del carattere "profetico" del rito, sia perché egli tiene con la mano destra un ramoscello di alloro(1).
Sul bordo delle specchio e in esatta corrispondenza con la testa di Apollo risulta la scritta RATHLTH (2). Massimo Pallottino, che a questo specchio ha dedicato uno studio assai impegnato(3), ha escluso che il vocabolo RATHLTH sia un equivalente etrusco del nome di Apollo - come invece riteneva il Ducati - per la ragione che «troppo nota è la divinità greca, pronunciata dagli Etruschi Ap(u)lu» ed invece ha prospettato l'ipotesi che RATHLT sia un «epiteto di Apollo» ed inoltre ha affermato che «la finale -TH (oltre che segno del locativo) è un noto elemento formatore di "nomina agentis"»(4).
Ambros Josef Pfiffig ha accettato queste cosniderazioni del Pallottino, ma in più ha aggiunto che probabilmente RATHLTH è la traduzione dell'epiteto che Omero dà ad Apollo hekebólos, cioè «Lungisaettante»(5).
Personalmente ritengo del tutto valide le ipotesi di questi due illustri etruscologi ed anzi intendo convalidarle dimostrando che effettivamente il vocabolo etrusco RATHLTH significava «Saettante», corrispondendo pertanto al citato epiteto omerico di Apollo(6). Ciò mi lusingo di dimostrare sia col richiamo ad una glossa greco-etrusca, sia in base alla comparazione con un vocabolo latino, che fino al presente risultava privo di etimologia, ma per il quale era stata già prospettata una possibile derivazione dall'etrusco.
La glossa greco-etrusca è rhadia (con accento non conosciuto), che Dioscoride(7) indica col significato di «smilace aspra» e «rovo canino» o «rovo di macchia»; queste due ultime piante sono rosacee, che con la prima hanno in comune la caratteristica di essere "cespugli spinosi".
Ebbene, già il linguista Vittorio Bertoldi aveva connesso l'etrusco rhadia col lat. radius, i cui significati erano «spina, punteruolo, bastoncino appuntito, sprone, spola di tessitore, dardo, saetta, raggio di ruota, di sole, di luce e di fulmine» e che i vari dizionari etimologici latini presentano come tuttora privo di etimologia. Il Bertoldi aveva connesso la glossa greco-etrusca rhadia col lat. radius in virtù sia della loro corrispondenza fonetica sia del loro comune significato di «acuto, appuntito»(8); ed io aggiungo anche il significato di «spinoso». Oltre a ciò, io li connetto fra loro in virtù di una variante del lat. radius, documentata nel glossari latini antichi: radia(9).
Per il vero, prima G. Alessio(10) e dopo G. Rohlfs(11) hanno tentato di contestare che quella di Dioscoride sia una vera glossa etrusco-greca, con la considerazione che i moderni eredi italiani di rhadia, cioè raja, ràgia, raza, rasa, ecc. = «smilace aspra», sono documentati in un'area geografica assai più vasta di quella toscana ed appenninica indicata dal Bertoldi. Io però controbatto facendo osservare che l'area del dominio e della civiltà degli Etruschi era assai più vasta di quella toscana ed appenninica ed inoltre che un vocabolo etrusco entrato nel lessico latino poteva ben essere diffuso in tutta Italia e perfino nelle altre regioni dell'impero romano.
D'altra parte è molto notevole il derivato toscano ràzina (dz) = «milace aspra» (zona di Cècina)(12) per il suo suffisso, che è chiaramente etrusco.
Tengo però a precisare che, mentre il Bertoldi si era limitato a connettere la glossa greco-etrusca rhadia col lat. radius a titolo di affinità o parentela, io dico esplicitamente che il vocabolo latino deriva da quello etrusco. Ed infatti, come la già citata variante lat. radia corrisponde esattamente alla glossa greco-etrusca rhadia, così il lat. radius corrisponde al gentilizio etrusco RATHIU, che figura nella iscrizione incisa in una pàtera e che assai probabilmente è il nome del proprietario(13).
È conosciuta bene la corrispondenza dell'etrusco TH al latino D: THANA/DANA, LARTHIA/LARDIA, LAUTNITHA/LAUTNIDA, SATHNAL/SADNAL, TITHI/TIDI, VETHI/UEDI (ThLE I 382, 384, 387, 389, 390)(14).
Stabilita la connessione fra l'etr. RATHIU e il lat. radius, ne consegue logicamente che abbiamo dunque decifrato il significato del vocabolo etrusco: esso aveva tutti i significati del lat. radius, compreso quello di «saetta».
Veniamo però all'altro vocabolo etrusco RATHLTH, da cui abbiamo preso le mosse e del cui significato andiamo alla ricerca: siccome la sua connessione con l'etr. RATHIU = «raggio, saetta» è del tutto evidente, possiamo trarre l'ultima conclusione: RATHLTH corrisponde al participio lat. radians,-ntis ed il suo significato esatto è «Saettante».
Con tutto questo viene confermato che aveva ragione il Pfiffig a richiamare l'epiteto hekebólos «Lungisaettante» dato ad Apollo da Omero(15) ed aveva ragione il Pallottino ad ipotizzare per il vocabolo etrusco il valore di "nomen agentis".
Circa la pronunzia effettiva dell'etr. RATHLTH è evidente che la liquida /L/ assolve una funzione vocalica, cioè agisce come una vocale.
MASSIMO PITTAU
1) Cfr. L. Pareti, Le origini etrusche (1926), 16 segg.; StEtr
XIX 43, 46; XX 78, 89, 96; XXII 59; XXXVI 3 segg., 8, 15.
2) StEtr VI 491; IX 251; XXXVI 4, 5.
3) Uno specchio di Tuscania e la leggenda etrusca di Tarchon, in RenLincei 6, 3-4, 1930, 49-87, ripubblicato poi in M. Pallottino, Saggi, II 679-707.
4) Pallottino, Saggi, 690, 706, 830.
5) A. J. Pfiffig, Religio Etrusca (1975) 255.
6) Preciso che la sostanza di questa mia comunicazione è stata anticipata nel mio libro Lessico Etrusco-Latino comparato col Nuragico (Sassari, 1984, Libreria Dessì), 224-225.
7) IV 142 RV. Cfr. TLE n. 849, ThLE I 418.
8) StEtr X 316-319.
9) Cfr. A. Ernout - A. Meillet, Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, IV édit., Paris, 1979, s.v. radius.
10) StEtr XVIII 111, 413.
11) Studi linguistici in onore di Vittore Pisani (1969) II, 857-861.
12) Cfr. G. Rohls, op. cit., 859.
13) TLE n. 488; ThLE 298; Cl 2.26. Cfr. StEtr IX 245 segg., 250-251, 346; XI 249 segg.
14) Cfr. A. J. Pfiffig, Die Etrusckische Sprache (1969) § 15.
15)
Iliade, I 14, 96.