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nuove acquisizioni ermeneutiche
Prof. Massimo Pittau |
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§ 1. La Tabula Cortonensis, rinvenuta nei pressi di Cortona nel 1992, ma resa pubblica solamente alla fine di giugno del 1999, è in bronzo (50 30 cm circa, con uno spessore medio di 2-3 mm) e risulta spezzata in otto frammenti, di cui purtroppo uno è andato perduto. Non è difficile intravedere le ragioni di questa sua frantumazione: terminato il periodo di utilità della Tavola, essa sarà stata spezzata per essere predisposta alla vendita del prezioso materiale di cui era fatta. Si nutrono dubbi circa la tecnica adoperata per la sua fusione: o quella della incisione a "freddo" oppure quella detta della "cera perduta". A me sembra che sia di gran lunga preferibile l'opzione per questa seconda tecnica.
Questa Tabula Cortonensis contiene una iscrizione in lingua etrusca di 40 righe, la quale risulta, fra le iscrizioni etrusche, al terzo posto per lunghezza dopo il Liber linteus della Mummia di Zagabria e dopo la Tabula Capuana o "Tegola di Capua".
§ 2. I due autori che per primi hanno studiato
il nostro documento, il linguista L. Agostiniani e l'archeologo F.
Nicosia, hanno mostrato e sottolineato che sul piano tecnico la
Tavola risulta fabbricata e cioè preparata e fusa con grande
maestria (op. cit. in Bibliografia). (1)
Da questa considerazione - che io condivido - si può trarre
già qualche conclusione di carattere ermeneutico: il reperto
non è un unicum, ossia non mostra di essere stato
fabbricato per una sola occasione o circostanza, ma al contrario
mostra di essere stato preceduto da altre tavole uguali o simili,
ossia mostra di essere uscito da un tipo di fabbricazione in
serie, fatto da un artigiano che aveva acquisito una notevole
esperienza in tale tipo di lavorazione.
In conseguenza di ciò siamo spinti a ritenere che anche il
documento inscritto nella Tavola non fosse un unicum, non
fosse cioè un documento redatto per una sola
particolare circostanza, bensì fosse un documento fatto in
serie, cioè preceduto ed anche seguito da altri documenti
uguali o simili. È pertanto molto improbabile che il documento
indicasse o parlasse di un solo particolare atto od evento
eccezionale oppure particolarmente importante. La quale
considerazione si oppone in maniera radicale alla fantasiosa ipotesi
fatta dall'Agostiniani e dal Nicosia, secondo cui la nostra Tabula
conterrebbe il testo di una assegnazione di terreni, effettuata
dalle "prudenti oligarchie" etrusche, a favore di altrettanti
assegnatari appartenenti agli "strati subalterni" (op. cit. pag. 85).
Ma io obietto che una operazione di questo tipo è per se
stessa del tutto inverosimile, dato che in nessun tempo e in nessun
luogo i beati possidentes, neppure "per prudenza", hanno
regalato i loro beni ai proletari; in più essa non sarebbe
stata di certo un evento di routine o di ordinaria
amministrazione, ma al contrario avrebbe avuto il carattere della
straordinaria eccezionalità e della straordinaria
importanza storica, per la quale non si sarebbe di certo
adoperata una semplice e modesta tavola bronzea di comune uso
quotidiano. Ed infine, in questa ipotesi nel documento inscritto non
sarebbe di certo mancato il riferimento ad una o più
divinità a titolo giuramento e di garanzia, mentre nella
nostra Tabula Cortonensis non c'è alcun nome di
divinità etrusca.
La caratteristica della fabbricazione in serie della Tavola è
dimostrata anche e soprattutto dal manubrio o manico che la sormonta:
questo manubrio, col suo tipo di immanicatura, è
particolarmente curato e persino molto progredito e fa dunque pensare
al fatto che anch'esso fosse l'effetto di una precedente lunga
esperienza di fabbricazione.
Non solo, ma la capocchia con cui termina il manubrio ci dice anche
qualcosa di importante circa la natura e la finalità della
nostra Tavola di bronzo. Innanzi tutto questa capocchia esclude che
la Tavola fosse stata preparata per essere "appesa", come è
stato in precedenza detto da altri, compreso lo scrivente,
perché in questa prospettiva il manubrio sarebbe terminato non
con una capocchia, bensì molto meglio con un gancio oppure con
un anello. Questa capocchia invece ci dice meglio che essa serviva
per estrarre con la mano la Tavola di bronzo da una serie di altre
tavole simili, inserita in qualche cassetta assieme con altre,
componenti un autentico "schedario", lo schedario di uno "archivio
notarile", come vedremo più avanti (riga 36). In uno schedario
di questo tipo, cioè fatto di schede di bronzo, la selezione e
l'estrazione di una scheda dalla serie delle altre sarebbe stata una
operazione abbastanza fastidiosa senza il nostro manubrio. Non solo,
ma questo stesso manubrio con la capocchia molto probabilmente
serviva anche per legarvi una fettuccia di pergamena o di pelle, in
cui risultava scritto il numero di inventario di un atto notarile e/o
le generalità del cliente per l'ordinamento alfabetico delle
tavole-schede. Non si riesce ad immaginare un'altra ragionevole
funzione differente per tale manubrio.
E di passaggio dico che, se le Tavole in bronzo venivano
sistematicamente adoperate da un notaio per il suo archivio notarile,
quasi certamente le loro minure in altezza e in larghezza erano -
dirò così - "canoniche", cioè facevano preciso
riferimento al sistema metrico adoperato dagli Etruschi. Ciò
implica che queste misure, comparate debitamente, ad esempio, con le
misure di larghezza e di lunghezza dei templi etruschi, potrebbero
consentire, allo studioso che vorrà interessarsene,
probabilmente di ricostruire il sistema metrico degli Etruschi.
§ 3. Della grafia messa in atto nel nostro documento non si
può fare a meno di apprezzare e sottolineare la precisione, la
chiarezza e perfino l'eleganza; segno evidente che chi ha trascritto
il documento sulla cera in vista della sua fusione nel bronzo era
molto esperto nella pratica e nell'arte della scrittura. E
precisamente si trattava di uno "scriba" di professione, di uno che
lavorava in maniera continuativa anche al servizio del notaio di cui
sopra, quello di cui si parla nelle righe 19-20 con la denominazione
di suthivena.
D'altra parte si intravede abbastanza chiaramente che la trascrizione
sulla cera dell'atto già redatto su pergamena, è stata
fatta dallo "scriba" sotto dettatura di un altro individuo, quasi
sicuramente uno dei quattro individui citati alla fine del documento.
Per questo motivo si possono spiegare alcune imprecisioni ed anche
due errori di scrittura che possono essere attribuiti sia allo scriba
sia al dettatore.
In primo luogo sono da citare alcune varianti di vocaboli
thuchti / thucht, spante/spanthi, zal/sal. Poi
parecchie volte risulta omesso il punto divisorio tra i vocaboli,
cosa che talvolta rende per noi difficile la loro individuazione e
separazione. Infine sono da segnalare due errori: una i in
petru<i>s invece di petrus e un sade quasi
certamente tralasciato in tentha[s]. Chi ha
larga pratica di scrittura sa per esperienza che nelle
trascrizioni di testi, anche personali, intervengono di
frequente gli errori, e ciò a causa dell'allentamento di
attenzione da parte di chi trascrive.
Ciò nonostante non si può fare a meno di segnalare e
sottolineare la quasi perfetta trascrizione del documento, se
è vero che su circa 1.200 lettere che vi compaiono
solamente due risultano veramente errate, una messa in
più e un'altra messa in meno.
§ 4. Sempre sullo stretto piano della grafia si deve
precisare che l'Agostiniani ha il merito di aver appurato in maniera
sicura che essa appartiene realmente all'area linguistica di Cortona.
Inoltre egli ha quasi sicuramente ragione quando, avendo osservato
che spesso la lettera E compare destrorsa invece che
sinistrorsa, ha concluso che questa sarebbe una particolarità
ortografica e fonetica appunto dell'etrusco di Cortona, indicante la
lunghezza o la brevità oppure la chiusura o l'apertura di
quella vocale. Non deve infatti essere privo di significato - dico io
- il fatto che nel gruppo fonetico vel la vocale e sia
sempre destrorsa. Questo fatto però - tengo a precisare - non
avrebbe alcuna valenza fonologica, non avrebbe cioè alcuna
rilevanza sul piano semantico e quindi su quello della traduzione dei
vocaboli interessati a quel fenomeno fonetico.
Infine io escludo con decisione che le ultime sette righe della
faccia A (quelle dimezzate per la scomparsa dell'ottavo
frammento della Tavola) siano di un differente scriba; rispetto a
queste righe al massimo concedo che sia intervenuto un breve stacco
temporale nella scrittura da parte dell'unico scriba, e probabilmente
anche un cambio o un'alternanza degli strumenti di incisione,
cioè degli stili. Esclusa infatti la A iniziale della
riga 26, tutte le altre lettere trovano esattissimo riscontro in
quelle corrispondenti dell'intero testo. A questo proposito si deve
precisare che sono state pubblicate anche in riviste di larga
diffusione chiarissime fotografie della Tavola ed è un fatto
notissimo agli epigrafisti che quasi sempre la fotografia rende molto
più leggibile una iscrizione che non la visione diretta di
essa.
Più in generale io dico che è del tutto inverosimile
che per la trascrizione di un documento di appena 40 righe siano
stati chiamati due differenti scribi.
§ 5. In via preliminare esprimo il parere che
della iscrizione della Tabula Cortonesis sia possibile tentare
di proporre una interpretazione ed una traduzione in virtù di
quattro importanti e fortunate circostanze: 1ª) Il testo
dell'iscrizione è del tutto sicuro in tutte le sue parti, con
la sola esclusione di qualche punto particolare a causa della
frattura della Tavola (2).
La stessa mancanza dell'ottavo frammento è di scarsa
rilevanza, dato che, oltre agli antroponimi, è quasi certo che
non contenesse appellativi. 2ª) L'iscrizione è
relativamente lunga ed è una cosa nota agli epigrafisti che
riguardo ad una lingua solo parzialmente conosciuta, a parità
di altre condizioni, una iscrizione più lunga è
più facilmente interpretabile e traducibile di una più
corta. 3ª) Una certa parte dei vocaboli che vi compaiono, ed
esattamente 34, si conosceva già, ormai in maniera certa, sia
come documentazione sia nel loro valore semantico o
«significato»; ed il «significato» di ciascuno di
questi vocaboli, già documentati e conosciuti, consente, in
virtù del significato contestuale, la decifrazione o
ricostruzione, più o meno sicura, del significato di quei
vocaboli che essa ci presenta per la prima volta, nel numero del
tutto uguale di 34 (non sfuggirà a nessuno la curiosa
coincidenza!). 4ª) Nel testo compaiono numerosi nomi personali,
i quali, dato che si susseguono a gruppi o in serie, costituiscono
come una "griglia" o un "reticolo", entro le cui maglie è
possibile ricostruire ed interpretare ciò che ciascuno dei
gruppi di individui nominati era e quale funzione svolgeva.
I 34 vocaboli che si conoscevano già, sia come documentazione
sia nel loro valore semantico, sono i seguenti:
ame «è stato, sono stati, fu(rono)»;
-c «e, anche» (congiunzione enclitica); cen
«questo» (in accusativo); cesu «deposto,
depositato»; clan «figlio»; clenar
«figli»; cli «in questo»; cnl
«questi-e» (in accusativo); cs «di
questo»; cusuur «famiglia Cusonia o dei
Cusoni»; zal, sal «due»; zic
«scritto, libro, documento scritto, copia di documento»;
ziue «ha(nno) scritto»; zilat «console,
pretore»; zilci «sotto il consolato, sotto la
pretura»; ui «qui»; in
«esso-a»; me «federazione»;
papalser «nipoti (di nonno)»; puia
«moglie»; sar «dieci»; rasna
«Rasennio-a», cioè «Etrusco-a»;
rat(-m) «(e), secondo l'uso, secondo legge»;
sa «sei» (numerale); sians «padre,
antenato-a, progenitore-trice»; spante, spani
«piatto, catino, bacino»; ital «di
questo»; tena[s] «che è,
essendo»; -ta «quello-a» pronome ed articolo
determinativo in posizione enclitica; -(e), -(i), -t(e), -t(i)
desinenza del locativo; -tis «del, della» articolo
determinativo al genitivo in posizione enclitica; tiur
«mese»; infine il numerale IIII «quattro»
con una C rovesciata «metà, mezzo».
Quest'altro vocabolo si conosceva già come documentazione, ma
finora se ne ignorava il significato: cenu
«.?.».
È ovvio, ma pure è importante precisare che questi
vocaboli non risultano aggruppati tutti insieme in un solo settore
della nostra iscrizione, bensì risultano distribuiti in tutti
i suoi settori. Per questo fatto, sul piano ermeneutico, si determina
una situazione analoga a quella che si determina nel passatempo delle
«parole crociate», nei cui riquadri la presenza di vocaboli
già individuati ed inseriti favorisce e consente il
ritrovamento di altri vocaboli non ancora individuati e non ancora
inseriti.
I 34 vocaboli "nuovi", che cioè compaiono per la prima volta
nella nostra iscrizione, sono i seguenti:
celtinei «territorio, circondario, distretto»; cenu «valutato-a»; eliunt «olivicultore»; epru «accettazione»; esi «valore»; et «questo»; vere = lat. vere «veramente, realmente, esattamente»; vinac «vignale, vigneto»; zacina «cibo»; thui «così»; thucht(i) «nella dimora»; inni «gli, a lui, per lui»; male «controlla(no)»; mlesie «misura»; nuthanatur «osservatori, periti» (plur.); nuthe «osserva(no)»; pava «conguaglio, compensazione»; pes «parte o porzione di eredità, eredità»; prinisera «denaro» (?); sran «decade»; sazlei «presente» (?); restm «casa» (?); Spante, Spanthi «Bacino, Lago (Trasimeno)»; sparza «rogito»; suthiu «posto, steso, stilato»; suthivena «stensore, stilatore, notaio»; suthiusve «stesura, stilatura, trascrizione»; Tarchiane «Tarchiano, Tarcontiano» (aggett.); tentha[s] «consistente,-i»; tenthur «talenti» (plur.); tersna «vicino»; Tarsminas «Trasimeno»; traula «versamento»; fratuce «ha lasciato».
Per una decina di questi vocaboli io propongo il relativo significato soltanto in via largamente ipotetica; però il dubbio che esiste sul loro significato esatto non turba per nulla il significato della frase in cui compaiono e tanto meno il significato generale della iscrizione. D'altra parte ho l'obbligo di riconoscere - in termini di metodologia generale - che per ciascuno di tutti questi vocaboli "nuovi" che la Tabula presenta, si ha il dovere di mantenere una certa riserva circa il significato da me prospettato, fino a che esso non venga confermato da altri testi etruschi, già conosciuti oppure da altri di eventuale "nuovo" rinvenimento.
§ 6. La minuta ed esatta interpretazione dei numerosi
antroponimi che compaiono nella Tavola non dà luogo ad alcuna
difficoltà di nessun genere: da un lato li conoscevamo
già quasi tutti dalle numerosissime iscrizioni funerarie
etrusche che conserviamo e conosciamo, dall'altro i loro reciproci
rapporti di parentela sono chiaramente indicati da connessioni
morfologiche, che sono ormai sicuramente acquisite e conosciute da
una buona parte dei linguisti.
Sugli antroponimi due soli fatti sono da osservare: 1°) Al fine
di evitare le omonimie, anche conseguenti al fatto che gli Etruschi -
proprio come i Romani - avevano un numero limitatissimo di prenomi,
una ventina (LEGL 64), viene spesso indicato un secondo
gentilizio del personaggio citato oppure il soprannome
(cognomen), inoltre assieme col patronimico, anche il
matronimico. 2°) Siccome agli inizi del II secolo a. C. - cui il
nostro documento va quasi sicuramente riportato - il già
conosciuto processo di entrata del patriziato etrusco in quello
romano e di reciproca fusione tra loro è ormai molto avanzato,
succede che quasi tutti i gentilizi che compaiono in questo testo
etrusco trovino esatto riscontro in altrettanti gentilizi romani. E
in virtù di questa esatta corrispondenza antroponimica
anticipo che, nella mia traduzione, citerò i gentilizi
etruschi secondo quella forma latina che noi conosciamo alla
perfezione per merito precipuo di Wilhelm Schulze e poi dei suoi
continuatori Heikki Solin e Olli Salomies, premettendo però un
asterisco a quegli antroponimi per i quali non si conosce un
corrispondente latino.
Sul piano ermeneutico debbo precisare che, quando, cominciando a
leggere l'iscrizione, constatai la presenza di molti antroponimi,
provai in me stesso un forte rammarico per la considerazione che
l'ampiezza del messaggio trasmesso dalla iscrizione stessa risultava
già in partenza molto ridotta, dato che - come è noto -
gli antroponimi non implicano riferimenti a cose, fatti o concetti,
mentre indicano solamente singoli individui umani. Alla fine e alla
prova dei fatti, invece, ho potuto constatare - come ho già
accennato - che proprio gli antroponimi, nel loro susseguirsi a
gruppi, hanno costituito un ottimo fattore per la interpretazione
globale dell'iscrizione. Per citare un esempio del tutto diverso ed
opposto, ricordo che proprio la mancanza di antroponimi ha reso per
ora di difficilissima interpretazione e traduzione il più
lungo testo di lingua etrusca che conserviamo, il Liber
linteus della Mummia di Zagabria.
Parlando in termini generali va dunque precisato che, ai fini della
interpretazione generale della nostra iscrizione, il susseguirsi dei
vari gruppi di antroponimi costituisce per l'interprete sia una
guida sia un ostacolo, costituisce cioè come un
"tracciato obbligato", che chiunque affronti l'iscrizione deve
seguire e rispettare: io nella mia interpretazione e traduzione
ritengo di aver seguito questo "tracciato obbligato" e di averlo
anche rispettato, indicando la esatta funzione che ciascun gruppo
di individui nominati svolgeva.
§ 7. Preciso subito che, tra i vocaboli già conosciuti
sia come documentazione sia nel loro valore semantico, la prima
"chiave di ingresso" nella interpretazione del testo etrusco sono
stati per me i numerali zal/sal «due», sa
«sei», sar «dieci» e IIII
«4», i quali mi hanno ovviamente spinto a pensare ad
altrettanti uomini, animali od oggetti oppure a misure o a
monete.
In maniera particolare il numerale sar «dieci», che
nella riga 2 segue il vocabolo "nuovo" e sconosciuto tenthur
(che mi si prospettava come un plurale), mi ha messo di fronte a
un dilemma: si tratta di misure di terreno, ad es. di iugeri, oppure
di monete? Siccome però nelle righe 6 e 7 tenthur
è seguito dall'altro numerale zal «due», ma
preceduto dal vocabolo tiur «mese», ne ho dedotto
che tenthur indica appunto monete, dato che le monete possono
variare di mese in mese, gli iugeri no. Inoltre, che si tratti
proprio di una particolare moneta (forse il "talento") è anche
indiziato dalla circostanza che il vocabolo ricorre tre volte sempre
seguito da un numerale in evidente posizione enfatica: tenthur
sar... tenthur sa... tenthurc... zal «talenti dieci...
talenti sei... e talenti... due». E pure la sequenza tenthur
sa sran sarc induce a pensare a monete: «talenti sei e
decadi dieci» (righe 3-4).
Debbo precisare che mi avevano infatti spinto ad ipotizzare di essere
di fronte ad un atto giuridico relativo a beni terrieri i primi
vocaboli eliunt(-s) e vinac, che in base a vocaboli
corradicali etruschi già conosciuti, potevano significare
rispettivamente «olivicultore» e «vigneto».
Al contrario hanno costituito per me altrettante cruces in
primo luogo il vocabolo spante, spanthi «piatto, catino,
bacino», che noi conoscevamo già non soltanto in etrusco,
ma anche nell'umbro delle «Tavole Igubine» (III 34, IV
2) e che ho finito con l'interpretare come «Bacino o Lago
Trasimeno» (spinto a questo dal vocabolo della riga 36
Tarsminas = «Trasimeno» appunto), dunque non come
"appellativo", bensì come "toponimo". Poi il vocabolo
tiur «mese», del quale ho alla fine compreso che si
tratta di un complemento di tempo con morfema zero, come capita in
molte lingue rispetto a vocaboli che indicano tempo; dunque
tiur = «nel mese, entro il mese».
Inoltre punto crucialissimo per la mia interpretazione è stato
il vocabolo tlteltei della riga 20. In primo luogo, avendo
considerato che il gruppo consonantico tlt non si riscontra
altre volte in etrusco, ho ritenuto di procedere alla separazione in
tl teltei; poi, in virtù della terminazione -ei
indicativa di un gentilizio al femminile, ho finito con
l'interpretare teltei appunto come un gentilizio femminile
corrispondente a quello lat. Telutia e tl come
abbreviazione di un prenome corrispondente a quello lat.
Tullia. In questa mia interpretazione ero confortato dal
vocabolo seguente sians che significa - in tutti i testi
etruschi in cui compare - «padre, antenato-a,
progenitore-trice».
§ 8. Circa l'effettivo contenuto della iscrizione della
Tabula Cortonensis debbo precisare che, avendola tenuta sotto
studio per più di un anno e mezzo, il mio approccio
ermeneutico ad essa ovviamente è stato graduale, e
precisamente è andato avanti di perfezionamento in
perfezionamento, sino a che alla fine anche la mia interpretazione
generale ha subìto una notevole svolta: a lungo avevo ritenuto
di esser di fronte ad un «atto di donazione» fatto in vita
dalla nobildonna Tullia Telutia ai suoi parenti, mentre alla fine mi
sono convinto di essere di fronte ad un «atto di arbitrato
circa la sua eredità contestata» alla sua morte dagli
eredi.
Debbo precisare che ovviamente questa differente interpretazione
generale del testo dell'iscrizione ha molta rilevanza dal punto di
vista giuridico, però mi sento di precisare che in proposito
non è intervenuto alcun mio errore propriamente linguistico,
ossia di traduzione: io finora avevo errato solamente circa la esatta
destinazione della somma di due talenti... Dunque, in precedenza io
avevo certamente commesso un errore di interpretazione, ma non
avevo commesso un errore di traduzione.
Sul contenuto della iscrizione della nostra Tavola, dunque, sono
convinto che essa riporti il testo, per copia conforme ma in
estratto, di un atto notarile che riporta un arbitrato relativo ad
una eredità contestata. Ed esattamente si tratta della
eredità di un grosso patrimonio fondiario, che la defunta
Tullia Telutia ha lasciato a suoi parenti, patrimonio che era situato
nella pianura del Lago Trasimeno e sulle pendici dell'altura di
Cortona.
Quasi certamente ella aveva lasciato un testamento relativo alla
eredità dei suoi numerosi e grandi beni fondiari a favore di
quelli che probabilmente erano suoi nipoti di fratelli o sorelle.
Senonché, alla sua morte, come capita molto spesso, sorsero
delle contestazioni circa le esatte volontà della defunta,
ragion per cui fu necessario promuovere un arbitrato da parte di
individui esperti ed estranei, arbitrato che alla fine fu ratificato
con un atto notarile, quello che per l'appunto risulta fissato nella
nostra Tabula Cortonensis.
Che la divisione della eredità fra i due gruppi familiari
ereditanti non sia stata pacifica, ma anzi sia stata contestata da
almeno una delle due parti è chiaramente dimostrato - a mio
avviso - dal grande numero di arbitri e dal grande numero di
testimoni-garanti che sono stati fatti intervenire.
Alla stesura dell'atto notarile, fatto nella dimora della famiglia
Cusonia, erano presenti gli eredi, cioè tre membri di questa
famiglia da una parte e Petrone Scevas con la moglie *Arruntilia
dall'altra; poi 15 periti ed infine più di 20 testimoni.
Il testo originale dell'atto notarile fu stilato quasi certamente su
pergamena, come dimostra il fatto che fu firmato per accettazione
(cen zic zichuche, letteralmente «questo documento
hanno scritto»; riga 18), ed inoltre in duplice copia
(salt zic, letteralmente «in due scritti»;
riga 21), una per la famiglia Cusonia e l'altra per Petrone
Scevas. Però del documento poco dopo fu fatta anche una copia
incisa nel bronzo, perché rimanesse nell'archivio del notaio e
questa copia in bronzo è per l'appunto la nostra Tabula
Cortonensis.
Dunque il testo della Tavola è la copia
conforme dell'atto notarile stilato su pergamena, però lo
è solamente in estratto, come si evince da tre fatti
molto importanti e significativi: 1°) A metà del testo,
nelle righe 19-20, viene citato il notaio (suthivena) che
stese l'atto, ma non risulta il suo nome. Siccome è assurdo,
dal punto di vista giuridico, che nell'atto notarile non comparisse
il nome del notaio, se ne deve dedurre che questo compariva nella
parte iniziale e - dirò così - "protocollare" dell'atto
stesso, quella che riportava il formulario di rito, parte che nella
nostra Tavola è stata per l'appunto tralasciata. 2°) Per
tutti i numerosi individui che vengono nominati nell'atto notarile
(circa 40), col gentilizio viene citato anche il
prenome, mentre manca solamente il prenome di Petrone Scevas,
che pure viene nominato ben 6 volte; è dunque evidente che
anche Petrone Scevas, pure col suo prenome, compariva nella
parte iniziale e protocollare dell'atto (3).
3°) Il testo della Tavola inizia ex abrupto, cioè
subito con l'indicazione della porzione di eredità che
spettava a Petrone Scevas e alla famiglia Cusonia: «Questo
(è) di Petrone Scevas (....) ed eredità della famiglia
Cusonia (è) ....».
Evidentemente la parte iniziale e protocollare dell'atto notarile non
aveva alcuna rilevanza per il notaio, dato che quasi certamente tutti
gli atti da lui stilati iniziavano col medesimo formulario. D'altra
parte è anche molto verosimile che egli si sia messo sul piano
del "risparmio" rispetto al prezioso materiale costituito dal bronzo
e rispetto alla sua costosa incisione.
Il non aver notato o compreso questa circostanza della omissione,
nella Tavola di bronzo, della parte iniziale e protocollare dell'atto
notarile ha indotto in grave errore coloro che per primi hanno
studiato il nostro documento, i quali da un lato non hanno
esattamente afferrato che la seconda faccia della Tavola, quella col
testo più breve (B), costituisce la prosecuzione della
prima più lunga (A) (si fa sempre così quando si
trascrive un testo che non sta dentro una sola pagina!), dall'altra
hanno perfino pensato a due differenti atti giuridici, sia pure
relativi al medesimo oggetto. Invece Aulo Salinio con cui inizia la
faccia B non è un personaggio che presieda ad un
differente atto giuridico, bensì è l'ultimo dell'elenco
dei testimoni trascritti nella precedente faccia A. Tanto
è vero che subito dopo la sua citazione c'è una
interruzione costituita da un'andata a capo ed inoltre risulta la
data ed il luogo in cui è stato stilato l'atto
notarile: «sotto il consolato di Lart Cusone di Titinia e di
Laris Salinio di Aulo, del distretto del Trasimeno».
Per questo iniziare ex abrupto della nostra Tavola e per la
spiegazione che ne ho dato, ritengo di poter premettere alla mia
traduzione del documento la parola rituale "omissis".
§ 9. La famiglia di Petrone Scevas era unicellulare,
perché nella Tavola viene nominato solamente lui, una sola
volta assieme con la moglie *Arruntilia, quando si tratta di firmare
per accettazione. Invece la famiglia Cusonia era pluricellulare, dato
che viene citata sempre come «famiglia Cusonia»
(Cusuthur) appunto; soltanto per la firma di accettazione
vengono citati singolarmente e nominativamente Vulca Cusone di Laris
assieme col fratello Laris Cusone e suo figlio Larino.
A Petrone viene assegnata questa porzione di eredità: il
vigneto e la casa valutati dieci talenti ed inoltre 4 iugeri
etruschi e mezzo di terreno nella zona del Bacino o Lago Trasimeno.
Alla famiglia Cusonia è assegnata come parte della
eredità la tenuta del Lago valutata sei talenti e dieci
decadi.
Nella divisione effettiva della grossa eredità Petrone Scevas
risulterebbe privilegiato, se, a titolo di pareggio o di
compensazione del differente valore dei beni assegnati alle due
parti, su di lui non cadesse l'obbligo di un versamento, entro il
mese, di due talenti in viveri e in denaro a favore della famiglia
Cusonia.
E si constata chiaramente che in questo modo le due porzioni di
eredità finiscono per corrispondersi e pareggiarsi
perfettamente: valore dell'eredità di Petrone 10
talenti, valore di quella dei Cusoni 6 talenti; 2 talenti versati da
Petrone ai Cusoni e quindi defalcati dalla sua eredità rendono
perfettamente uguale il valore della rispettiva eredità: 8
talenti. Inoltre i «quattro iugeri e mezzo» avuti da
Petrone sono pareggiati dalle «dieci decadi» di
valore della eredità dei Cusoni. E, a questo punto,
tengo precisare e sottolineare che questa perfetta "corrispondenza
aritmetica" dei dati numerici forniti dalla Tavola costituisce
un'ottima conferma della validità della mia interpretazione e
traduzione della nostra iscrizione.
§ 10. I 15 personaggi che hanno svolto la funzione di periti
nella divisione della grossa eredità verosimilmente saranno
stati scelti dalle due parti nel numero consuetudinario di 7 per
ciascuna, con in più uno al fine di rompere una situazione di
parità che eventualmente si fosse determinata fra i periti.
Tutti risultano di non essere imparentati con gli aspiranti eredi,
con l'eccezione dell'ultimo, Arunte Petrone Rufo, il quale
invece risulta quasi certamente imparentato con Petrone Scevas.
Evidentemente un solo perito imparentato a fronte di 14 non
imparentati non poteva dare fastidio agli aspiranti eredi della
famiglia Cusonia.
Il lungo elenco di più di 20 testimoni dell'atto di arbitrato
inizia col nome di un grande personaggio, Lart Cucrinio di Lausio, il
quale ricopriva la più alta carica della Nazione Etrusca
«Pretore della Federazione Etrusca». Dal testo però
non risulta nulla che lo indichi presente nell'esercizio delle sue
alte funzioni; la sua presenza alla stesura dell'atto notarile era
quasi certamente a semplice titolo personale di parentela o di
amicizia. Tanto è vero che per gli altri 20 e più
personaggi che lo seguono non risulta indicata nessuna carica
pubblica.
Inoltre vengono indicati rapporti di parentela fra alcuni testimoni,
cioè essi vengono citati come figli o nipoti rispetto ad altri
e perfino risulta che alcuni erano parenti più o meno stretti
della famiglia Cusonia ereditiera. È quindi evidente che,
anche per questa parentela tra loro e coi Cusoni, neppure essi erano
presenti alla stesura dell'atto notarile in una qualsiasi veste
ufficiale, come sarebbe stata, ad es., quella di membri di un
"collegio giudicante", bensì lo erano semplicemente come
testimoni ed pure come garanti.
È impossibile ricostruire il numero esatto di questi testimoni
ed anche la esatta denominazione di alcuni di loro a causa della
mancanza dell'ottavo frammento della Tavola, quello finora andato
perduto. D'altra parte è evidente che la perdita di questo
frammento è di scarsa rilevanza, dato che, oltre agli
antroponimi, è quasi certo che non contenesse appellativi
indicanti fatti relativi alla contestata eredità.
§ 11. L'elevato numero sia dei periti (n. 15),
sia dei testimoni (oltre 20) si spiega - a mio avviso - per tre
differenti motivazioni: 1ª) Il valore del patrimonio spartito
era veramente ragguardevole e d'altra parte la sua divisione non era
né facile né pacifica. 2ª) Per l'occasione della
stipula dell'atto notarile sarà stato organizzato un grande
pranzo di festa nella dimora dei Cusoni e si sarà approfittato
della presenza dei numerosi parenti ed amici per farli comparire
appunto come testimoni e garanti dell'atto di arbitrato effettuato e
ratificato. 3ª) E questa è la motivazione principale:
siccome è da escludersi che in quei tempi esistesse la moderna
«Conservatoria del pubblico registro dei beni immobili»,
logicamente nei vari atti giuridici, donazioni contratti testamenti
ecc., si aveva grandissimo interesse a coinvolgere il maggior numero
di testimoni e di periti. A questo proposito, a titolo di conferma,
si può citare il fatto che in numerosi diplomi in bronzo di
servizio militare di soldati romani che ci sono stati conservati,
figurano come testimoni e garanti ben 7 commilitoni, come era
prescritto per legge, ma in uno rinvenuto in Sardegna ne compaiono 9
(CIL X 7891). Inoltre in un altro documento epigrafico e
bronzeo rinvenuto ancora in Sardegna, la cosiddetta «Tavola di
Esterzili», la quale riporta il testo di una sentenza che il
proconsole L. Helvio Agrippa pronunziò, nel 69 d. C., su una
lite per terreni intercorsa fra coloni romani e montanari indigeni,
sono citati come "autenticatori" (signatores) della esatta
corrispondenza della Tavola rispetto al testo della sentenza
effettiva, ben 11 personaggi (CIL X 7852) (4).
Ed infatti, pure nel nostro atto notarile, nella faccia B,
dopo la indicazione di tempo e di luogo, alla fine compaiono quattro
individui quasi certamente nella funzione appunto di "autenticatori"
della esatta corrispondenza del testo trascritto nella Tavola di
bronzo rispetto a quello originale scritto sulla pergamena.
Ovviamente la stesura di questa copia conforme è di data
successiva - ma soltanto di poco - a quella della stesura dell'atto
notarile; tanto è vero che di questi garanti due, Vulca Cusone
di Aulo e Larth Celatio di Aponia, risultavano presenti alla stesura
dell'atto di fronte al notaio, mentre gli altri due sono del tutto
nuovi.
TABULA CORTONENSIS
(A)
(B)
Nota bene: 1) Le lettere scritte in corsivo sono di lettura più o meno incerta. 2) Le duplici stanghette verticali | | segnano il limite dello spazio della Tabula che è stato lasciato appositamente libero per la inserzione del manico. 3) Le duplici stanghette oblique \\ indicano una specie di grande zeta maiuscola, del tutto uguale a quella che nei nostri giorni usano coloro che correggono bozze di stampa per indicare una andata a capo da effettuare.
(ARBITRATO SU UNA EREDITA' CONTESTATA) (OMISSIS)
(B)
§ 12. La conclusione ultima che mi sembra
legittimo trarre intorno alla iscrizione della Tavola è
questa: la "interpretazione generale" della iscrizione a me sembra
quasi certa, mentre la "traduzione puntuale" del testo rimane incerta
in qualche suo punto, però nient'affatto significativo.
Mi sento di precisare e di sottolineare che l'interpretazione
proposta non soltanto ha, nella sua globalità, il carattere
della piena coerenza, non infirmata da alcuna incongruenza, né
linguistica né extralinguistica, ma anche e soprattutto si
dimostra fornita di tutti quegli elementi che sono necessari e
sufficienti per un atto giuridico pubblico, sia pure di valore
privato. Questi elementi di carattere giuridico sono: I) Elenco
di tutti i singoli eredi; II) Elenco e valore dei beni ereditati;
III) Obbligo ed onere di uno degli eredi di pareggiare il differente
valore dei beni ereditati dalle due parti; IV) Elenco degli arbitri
che hanno valutato ed assegnato i beni dell'eredità; V) Firma
di accettazione da parte di tutti e singoli eredi; VI) Consegna di
una copia dell'atto notarile a ciascuna delle due parti ereditanti;
VII) Riferimento al notaio che ha steso l'atto; VIII) Sede dove
è avvenuta la stesura dell'atto; IX) Elenco dei testimoni
dell'arbitrato e del relativo atto notarile; X) Data e luogo di
stesura dell'atto notarile; XI) Elenco degli autenticatori della
esatta conformità dell'atto inciso sulla Tavola di bronzo
rispetto a quello scritto sulla pergamena; XII) Deposito della copia
in bronzo dell'atto nell'archivio del notaio. Tutti questi elementi
di carattere giuridico costituiscono una solida griglia di fatti e di
concetti, la cui consistenza e solidità non viene affatto
infirmata da incertezze ed anche da eventuali errori di
traduzione.
Mi sembra di poter precisare che questa perfetta coerenza interna
di carattere giuridico della nostra iscrizione, per la quale ho
ritenuto opportuno chiedere informazioni ed assicurazioni da parte di
miei amici giuristi, è la circostanza più importante
che mi convince di avere quasi certamente colto il segno nella
interpretazione generale della iscrizione stessa (5).
A queste considerazioni di carattere giuridico si aggiungono queste altre di carattere propriamente linguistico: 1ª) Il significato del tutto certo dei 34 vocaboli etruschi già documentati e conosciuti viene rispettato e perfino confermato in tutti i punti della interpretazione prosposta; pure nel caso di spante, spanthi = «piatto, catino, bacino», «Bacino o Lago (Trasimeno)»; 2ª) Il significato da me prospettato per ciascuno dei vocaboli "nuovi" viene rispettato e confermato quando essi nella iscrizione risultano ripetuti; 3ª) La interpretazione prosposta viene confermata dal processo derivativo cui ho sottoposto alcuni di questi vocaboli: nuthe «nota(no), osserva(no)», nuthanatur «osservatori, periti»; sar, sar, sra «dieci» (LEGL 94), sran «decade»; (suth «poni!», suthi «posto mortuario, sepolcro»), suthiu «posto, steso, stilato», suthivena «stensore, stilatore, notaio», suthiusve «disposizione, stesura, stilatura, trascrizione»; male «guarda(no), controlla(no)», (malena «specchio»); (trau «versa!»), traula «versamento»; 4ª) Nella interpretazione proposta sono sempre rispettati gli stacchi concettuali che formano le diverse "frasi" e che nel testo etrusco sono indicati dalla andata a capo oppure dalla già spiegata grande zeta maiuscola indicante appunto una andata a capo.
COMMENTO
1. et «questo», pronome dimostrativo già
conosciuto nelle forme eta, eth, eith, eit (LEGL 102,
Lessico). Qui ha il valore neutro di «questa cosa», in
posizione prolettica. La presenza di un punto tra le due lettere non
è sicura, anche perché esso risulterebbe non allineato
al centro come tutti gli altri punti e soprattutto con quello
immediatamente successivo; se però ci fosse realmente, si
potrebbe ricostruire il testo come e[t] · t
· , in cui la prima t sarebbe caduta per aplologia e
la seconda sarebbe l'abbreviazione del prenome maschile
Tite.
petruis «di Petrone» invece di petrus quasi
certamente è un lapsus calami dello scriba, conseguente
al fatto che alla stipula dell'atto notarile risultava presente anche
Arntlei, moglie di Petrone (riga 17), alla quale di certo
spettava il gentilizio Petrui. Che petru<i>s sia
un genitivo e non un fantomatico "ablativo" è assicurato dal
fatto che anche i seguenti e concordati sceves ed
eliunts sono in genitivo.
sceves «di (Petrone) Scevas», genitivo del seguente
scevas. Questo è un soprannome (cognomen), che
conosciamo anche nella forma skaivas, uguale a quello lat.
Scaeva, che significa «(Petrone) il Mancino»; esso
serve a distinguerlo anche dal seguente petru raufe della riga
14, che invece significa «Petrone il Rosso». Molto
probabilmente i due erano imparentati fra loro.
eliunts non trova alcun riscontro nel ricchissimo patrimonio
antroponimico che possediamo della lingua etrusca, per cui siamo
indotti ad escludere che si tratti di un antroponimo. Invece, in base
al vocabolo etrusco già conosciuto eleivana
«oleario» (TLE-TET 762; Fa 2.3) (LEGL 185), propongo
per eliunt(-s) il significato di «olivicultore». In
etrusco il suffisso -nt, -nth è quello di un
«participio presente sostantivato» (LEGL 124).
Si conosceva già il vocabolo vinum «vino» dal
Liber linteus della Mummia di Zagabria (passim), per
cui è molto probabile che vinac sia un suo aggettivo
sostantivato uguale all'ital. vignale (=
«vigneto»).
eliunts vinac: la strettissima vicinanza di questi due
vocaboli costituisce una buona prova della esattezza della loro
decifrazione, rispettivamente «olivicultore» e
«vignale», come vocaboli entrambi pertinenti alla
attività agricola.
2. restm(-c) «(e) casa», questo significato
è suggerito dal contesto extralinguistico: è
inimmaginabile che Tullia Telutia non avesse posseduto una casa e che
questa non entrasse fra i beni che ella aveva lasciato in
eredità.
cenu è un participio passivo che compare anche nel
Cippo di Perugia (CIE 4538), il cui significato di
«valutato-a» è quasi imposto dal contesto della
Tabula.
tenthur vocabolo, probabilmente al plurale, non conosciuto in
precedenza; siccome ricorre tre volte sempre seguito da un numerale
in evidente posizione enfatica (tenthur sar... tenthur sa...
tenthurc... zal), siamo indotti a pensare che indichi una moneta
e precisamente una moneta di valore molto elevato, per cui ricorro al
greco tàlanton «talento», dal quale è
anche verosimile che il vocabolo etrusco possa essere derivato. Ed
ovviamente si deve pensare ad una moneta coniata in oro, come altre
etrusche già conosciute (cfr. F. Catalli, Numismatica
etrusca e italica, Roma, 1984, pagg. 31, 33). In proposito si
deve ricordare che nei primi secoli della sua comparsa e del suo uso,
la moneta aveva grandissimo valore, anche perché,
identificandosi ancora la ricchezza con quella fondiaria, la
circolazione monetaria era ridottissima.
3. larisal[i]svla, 21-22. larisalisvla
gentilizio pronominale con richiamo al capostipite (è in
genitivo), letteralmente «di quello-a di Laris»,
cioè «di quello-a discendente da Laris
(capostipite)» (vedi riga 16). Si tratta di una forma arcaica
rispetto alla più recente larisalisla, la quale si
ritrova anche nell'iscrizione di San Manno di Perugia:
larthialisvle «di quello di Larth». Gli
arcaismi sono piaciuti ai notai di tutti i tempi.
pes(-c) vocabolo finora sconosciuto, che il contesto induce ad
interpretare come «parte o porzione di eredità,
eredità» ed anche «diritto di
eredità».
spante, spanthi vocabolo già conosciuto col significato
di «piatto, catino, bacino», corrisponde all'umbro
spanti delle Tavole Igubine (III 34, IV 2) e
probabilmente deriva dal greco spondéion «vaso per
libagioni»; qui però figura come toponimo che indica il
Bacino o Lago Trasimeno (riga 36) e, in via più specifica, una
tenuta adiacente al Lago. Questa interpretazione scioglie quella che
si presentava come un'autentica crux della nostra Tavola. In
via largamente subordinata intepreterei il nostro vocabolo come
«bacino di pesca», cioè «peschiera». Non
è detto che spante invece di spanti, spanthi sia
un errore dello scriba; infatti la alternanza vocalica e/i era
conosciuta in etrusco: kape/kapi «prendi!»;
me/mi, mene/mine/mini, mempe/mimpi «me, mi»;
Selvans/Silvanz «Silvano» (LEGL 45). La
stessa cosa va detta della alternanza t/th.
4. sran vocabolo finora non documentato che però,
sembrando corradicale di sar, sar, sra «dieci»
(LEGL 94), probabilmente significa «decimo-a»,
indicando una moneta di valore inferiore al talento (ma non un suo
sottomultiplo); in mancanza di meglio nella traduzione adopero il
vocabolo «decade». In subordine, siccome l'etr. sren
significa «ornamento, disegno, immagine» (LEGL 220),
si potrebbe interpretare anche sran = «immagine» e
quindi «(moneta con) immagine»; in questa ipotesi si
potrebbe richiamare il nome delle monete italiane fiorino e
carlino, derivato rispettivamente dalla immagine di un giglio
e dal ritrato di Carlo I d'Angiò.
clithi invece di clthi «in questo», locativo
del pronome ca «questo» (LEGL 102), con la
vocale duplicata, che non è detto che sia un errore dello
scriba; forse la duplicazione della vocale indicava la sua lunghezza
(in contrasto dunque con LEGL 47). Se invece si legge - come
qualcuno ha fatto - clthn, non soltanto si va contro i
chiarissimi segni della Tavola, ma addirittura si crea un autentico
"mostro fonetico", costituito da ben quattro consonanti e da nessuna
vocale.
clthii tersna thui spanthi «vicino a questo stesso
Lago», letteralmente «in questo vicino Lago qui».
tersna: vocabolo finora non conosciuto ed inoltre del tutto
isolato, ma probabilmente ha ragione G. M. Facchetti, op. cit. in
Bibliografia, pag. 200, ad interpretarlo «vicino».
5. mlesie(-thi-c) vocabolo finora non conosciuto (in
locativo), che il contesto induce ad interpretare come «(e
nella) misura, misurazione, sistema di misurazione».
rasna «Rasennio», cioè «Etrusco»,
aggettivo da riportare al nome Rasénna, con cui,
secondo Dionisio di Alicarnasso (I,30,3) gli Etruschi
chiamavano se stessi (LEGL 216); «nella misura
etrusca» implicitamente significa «nella misura etrusca
differente da quella latina», con una notazione dunque che
conferma l'epoca relativamente recente dell'iscrizione.
s sigma a quattro tratti in posizione verticale; siccome
è seguito da un numero, è probabile che sia una "sigla"
indicante la misura etrusca di terreni e corrispondente - ma non
uguale - al lat. iugerum.
IIIIC «4 e mezzo»: da tempo si sapeva in maniera
quasi certa che la C rovesciata significa «0,50»,
cioè «metà, mezzo»; in via largamente
subordinata interpreterei IIIIC = «400».
inni molto probabilmente è il dativo del pronome in
«egli, esso», col significato dunque di «gli, a
lui, per lui» (corrige LEGL 99); però la
iterazione della nn potrebbe essere un errore dello
scriba.
5-6. pava(-c) «e conguaglio (o compensazione)» della differenza dei valori dei rispettivi beni ereditati; il significato di questo vocabolo è quasi imposto dal contesto. Supponendo che pava significasse anche «equivalenza, equità, giustizia», forse si può finalmente spiegare il binomio, che compare nella scena del famoso specchio di Tuscania, pava taries «atto di giustizia di Tarconte» o anche «arbitrato di Tarconte» (vedi infra).
6. traula(-c) «(e) versamento». È stato L.
Agostiniani (op. cit., pag. 101) ad accostare questo vocabolo
con trau «versa!» del Liber linteus.
pavac traulac: letteralmente «e conguaglio e
versamento», è una endiadi che traduco «e conguaglio
da versare».
tiur «mese», vocabolo conosciuto da tempo; è
privo di morfemi, per cui si capisce che è in complemento di
tempo con morfema zero, come capita in molte lingue rispetto a
vocaboli che indicano tempo; dunque tiur = «nel mese,
entro il mese».
tentha[s] «che è, essendo» è
il participio presente del verbo «essere» (LEGL 113,
122), che qui molto probabilmente significa
«consistente,-i»; però ricostruisco il sade
finale.
zacinat potrebbe corrispondere al lat. sagina
«cibo», che, essendo finora privo di etimologia, anche in
virtù del suffisso potrebbe derivare appunto dall'etrusco;
è in locativo figurato (zacina-t).
6-7. prinisera(-c) «(e) denaro»; significato del
tutto congetturale, però adatto al contesto; è privo
del morfema del locativo in virtù della "flessione di gruppo"
(LEGL 83-84); come del resto avviene anche nella
corrispondente frase italiana «in cibo e denaro», invece
che «in cibo e in denaro».
«e conguaglio da versare entro il mese due talenti
consistenti in cibo e denaro»: come già detto in
precedenza, si constata alla perfezione che col versamento da parte
di Petrone di due talenti ai Cusoni le due rispettive porzioni di
eredità finiscono per corrispondersi e pareggiarsi
esattamente. Detto in quest'altro modo: valore
dell'eredità di Petrone 10 talenti, valore di quella dei
Cusoni 6 talenti, totale 16 talenti, che divisi per due fanno
esattamente 8 talenti per ciascuna parte ereditante. (Questo calcolo
assolutamente esatto ci assicura che il numerale etrusco sa
significa realmente «sei» e non «quattro»,
come qualcuno si ostina a ritenere). Gli ulteriori "spiccioli" delle
«dieci decadi» della eredità dei Cusoni
vengono pareggiati dai «quattro iugeri e mezzo»
avuti da Petrone.
Si afferra abbastanza chiaramente che la compensazione in danaro
effettuata da Petrone a vantaggio dei Cusoni era conseguente al fatto
che qualcuno dei predi da lui ereditati non lo si poté o non
lo si volle scorporare e cioè dividere in due parti
equivalenti.
7. esi(-s) «(del) valore», significato
congetturale suggerito dal contesto. Il vocabolo compare anche nella
lamina di Tarquina (Ta 8.1), purtroppo finora non
tradotta.
vere molto probabilmente si tratta dell'avverbio lat.
vere «veramente, realmente, esattamente». È
del tutto verosimile che questo avverbio latino, largamente usato,
sia entrato nella lingua etrusca, proprio come in Italia quello
inglese-americano okay ha ormai sostituito in larga misura gli
ital. «va bene» e «tutto bene».
cusuthurs-um «e della famiglia Cusonia» con la
congiunzione enclitica -um (LEGL 130), che risulta anticipata
- come si constata altre volte in etrusco - rispetto al seguente
petrusta, che ci saremmo aspettati come petrustam.
8. petrusta «quella di Petrone», col pronome
ta in posizione enclitica (LEGL 103).
nuthanatur vocabolo finora sconosciuto, al plurale, da
connettere col successivo nuthe; il contesto induce ad
interpretarlo come «osservatori, esperti, periti».
9 e 13. lusce si comprende facilmente che questo cognomen significava «cieco d'un occhio, monocolo», dato che da questo è probabilmente derivato il lat. luscus (LELN 182).
9. laris salini vetnal «Laris Salinio (figlio) di Uetinia»: una tale formula onomastica, che presenta in maniera così vistosa il matronimico, è comunissima nelle iscrizioni etrusche; essa dice e dimostra l'alto ruolo che la donna aveva nella civiltà etrusca, ma non dimostra affatto un sistema familiare basato sul «matriarcato». In quella formula, infatti, è anche presente il patronimico, sia pure in forma implicita, nel gentilizio salini «Salinio».
10. velara questo gentilizio risultava già documentato a Perugia. Lo svolgo in un supposto lat. *Velarius.
12. setmnal «di Settimina», è il lat.
Septimina e dimostra l'ormai avanzato processo di
compenetrazione socio-politica del patriziato etrusco con quello
romano.
arnza ... larza ... lariza «Arruntino» ...
«Lartino» ... «Larino» diminutivo, già
conosciuto, rispettivamente dei prenomi arnth, larth e/o
laris.
13. nufresa letteralmente «quello di *Nufrio»,
che sarà stato il suo antenato di linea materna (LEGL
107) (vedi 23 lausisa).
laru «Larone» accrescitivo-vezzeggiativo del prenome
Laris (LEGL 88).
14. epru(-s) vocabolo finora sconosciuto, il cui significato «(di) accettazione» è non solo suggerito, ma addirittura imposto dal contesto.
15. cleniar(-c) «(e) i figli», sono citati perché anch'essi diventavano soggetti impliciti della eredità, ma non nominalmente perché saranno stati minorenni e neppure presenti alla stesura dell'atto notarile. Finora si conosceva soltanto la forma clenar, ma sappiamo che in etrusco la semivocale i era «mobile» (LEGL 47).
16. l[a]risalisa «quello-i discendente-i da Laris», gentilizio pronominale con richiamo al capostipite (in nominativo) (vedi 3, 21-22).
16-17. petru sce[va]s: gentilizio e cognomen
in nominativo. Il sade finale di scevas è la desinenza
di un originario genitivo patronimico, ma ormai fossilizzato (LEGL
78-79).
petru sce[va]s arntlei petrus puia «Petrone
Scevas, *Arruntilia moglie di Petrone»: ci saremmo aspettati
semplicemente «Petrone Scevas e la moglie *Arruntilia», ma
per un notaio la precisione non è mai troppa!
arntlei è un gentilizio femminile fatto sul prenome
maschile arnt «Ar(r)unte»; dalla attestazione
effettiva di gentilizi romani molto simili siamo autorizzati a
volgerlo in *Arruntilia. La presenza di quest'unica donna tra
i soggetti dell'atto notarile è strana; probabilmente si
spiega col fatto che ella fosse la effettiva parente di Telutia e
cioè la nipote di fratello o di sorella, quella che col marito
Petrone ottenevano la loro vistosa parte di eredità.
17. Siccome l'andata a capo reale che si riscontra in questa riga non si giustifica dal punto di vista concettuale, c'è da ritenere che in realtà essa corrisponda allo spazio lasciato libero nella pergamena affinché i Cusoni e Petrone con la moglie vi mettessero la loro firma di accettazione.
18. cen zic zichuche sparzestis sazleis: (gli ereditanti)
«hanno scritto (firmato) questo scritto del rogito
presente». Dato che cen è il già conosciuto
pronome dimostrativo in accusativo, viene eliminata del tutto
e per sempre la ancora corrente e balzana idea che zichuche
significasse «è stato scritto» al passivo, che
sarebbe differente da un *zichuce «ha(nno) scritto»
all'attivo. Per zic cfr. zich dell'elogio funebre di L.
Pulenas (CIE 5430, Ta 1.17).
sparzestis «del rogito» è da distinguere in
sparzes-tis, in genitivo con l'articolo determinativo in
posizione enclitica (LEGL 104). Il significato di «atto
notarile o rogito» è quasi imposto dal contesto.
sazlei(-s) vocabolo finora sconosciuto, ma che il contesto
spinge ad interpretare come «presente» o, in subordine,
come «notarile».
19. thuchti, thucht «nella dimora» (in locativo);
e si tratta di un significato imposto dal contesto (vedi riga
36).
suthiu vocabolo finora sconosciuto il cui significato di
«posto, steso, stilato» è suggerito da suth
«poni!, metti!» del Liber linteus (LEGL 121) ed
è assicurato dal contesto.
tal «di questo», genitivo del dimostrativo ta,
ita; finora conoscevamo solamente la forma ital (LEGL
102).
suthivena(-s) = «(dello) stensore, stilatore»,
cioè «(del) notaio». tal suthivenas «di
questo notaio» significa «del qui presente
notaio».
20. rat(-m) «(e) secondo l'uso, secondo legge»
corrisponde al rat(-um) del Liber linteus, il cui
significato già da tempo è stato decifrato come uguale
a quello del lat. rite «secondo il rito, secondo l'uso,
secondo la legge».
tl teltei sians «Tullia Telutia progenitrice»; non
si può tradurre «nonna» né
«bisnonna», perché quasi certamente i Cusoni e
Petrone non erano suoi eredi diretti, cioè figli di figli;
tanto è vero che il suo gentilizio non corrisponde a quelli
degli eredi e nemmeno a quello dei loro parenti.
sians il significato di «padre, antenato-a,
progenitore-trice», che è stato proposto per la prima
volta da A. Torp (1903), si adatta alla perfezione a questo contesto
ed anche a tutti gli altri contesti etruschi in cui compare, pure
nella forma di sans.
20-21. sparze-te «nel rogito» (in locativo).
21. thui: vocabolo già conosciuto nel significato di
«qui», dal quale, in base ad esempi di altre lingue,
è del tutto legittimo passare al significato "nuovo" di
«così». In subordine interpreterei sparzete
thui «in questo rogito qui», cioè «nel
presente rogito».
salt zic «in due scritti»; sono le due copie
dell'atto stilato dal notaio, una data alla famiglia Cusonia e
l'altra a Petrone Scevas. L'alternanza sal/zal «due»
(vedi riga 7) si riscontra anche nel Liber linteus della
Mummia di Zagabria. Ai sensi della «flessione di gruppo»
(LEGL 83-84) e dato che il numerale precede, in zic
non è indicato né il plurale né il locativo.
Invece abbiamo già visto tenthur... sar
«talenti... dieci» (col morfema del plurale nel
sostantivo), perché il numerale segue.
fratuce «ha lasciato», oppure in subordine «ha
diviso» (in preterito debole), significato congetturale
suggerito dal contesto. L'intera frase sembra da intendersi come un
riconoscimento fatto da tutti, periti testimoni ed eredi, del fatto
che con l'arbitrato effettuato e ratificato erano state rispettate le
effettive volontà della defunta Tullia Telutia.
21-22. cusuthuras... petrus(-c) «alla famiglia Cusonia... e a Petrone», sono entrambi in «genitivo di donazione o dedicazione» (LEGL 136).
22. petrusc scevas «e di Petrone Scevas»: il
cognomen non è in genitivo ai sensi della flessione di
gruppo (LEGL 83-84) (altrimenti sarebbe stato sceves;
vedi riga 1.).
tarchiane(-s): aggettivo, in genitivo, di Tarchie
«Tarchie o Tarconte». Era costui un mitico personaggio
della "religione rivelata" degli Etruschi, che - come dimostra questo
passo - veniva richiamato anche per le norme giuridiche relative a
questioni di eredità, norme che evidentemente venivano fatte
risalire a lui. Sono debitore di questo riferimento a Tarchie al
Facchetti, op. cit. in Bibliografia, pagg. 204, 208, 210 e
passim.
In via largamente subordinata interpreterei e tradurrei «alla
famiglia Cusonia (...) e a Petrone Scevas della (di lei)
eredità di Tarchiano». In questa ipotesi Tarchiano
sarebbe la zona dove si trovava il grande patrimonio fondiario di
Telutia e probabilmente anche un centro abitato, da confrontare -
semplicemente - col toponimo odierno Tarciano presso
Poggibonsi (Siena; TTM 135).
23. cnl nuthe malec «queste cose osserva(no) e
controlla(no)» (sing. o plur.): il significato dei due verbi
è quasi imposto dal contesto. Però probabilmente si
tratta di una formula notarile che praticamente significava
«testimonia(no) e garantisce(ono)». Può darsi che il
verbo nue sia da connettere col lat. notare
«notare, osservare», il quale, essendo finora privo di
etimologia sicura (DELL), potrebbe derivare per l'appunto da
quello etrusco.
male(-c) è probabile - come suggerisce l'Agostiniani
(op. cit., pag. 106) - che sia corradicale con l'appellativo
malena «specchio» (LEGL 204), per cui il suo
significato effettivo sarebbe quello di «guardare,
controllare».
lausisa letteralmente «quello di Lausio», che
sarà stato l'antenato di linea materna (LEGL 107) (vedi
13 nufresa).
24. zilath mechl rasnal «Pretore della Federazione Rasennia o Etrusca» era la più alta carica della Nazione Etrusca, sia pure molto più onorifica che effettiva; la formula e la carica erano già conosciute da una iscrizione di Tarquinia (CIE 5360). Per mech(-l) «(della) Federazione» mi correggo su quanto ho scritto in LEGL 206.
26. [larth celatina · a]pnal è una mia ricostruzione basata sul testo della riga 39.
27-28. [papal]ser(-c) «(e) nipoti (di nonno)» ricostruzione dell'Agostiniani, che però ovviamente è dubbia.
28. Ricostruisco velche cusu aule[sa] in base a velches cusus aulesla delle righe 37-38.
31. [cucr]inathur ricostruisco in questo modo, dato che cucrinathur «la famiglia Cucrinia o dei Cucrini» di Cortona era già conosciuta dalla iscrizione CIE 461 (LEGL 89).
33. aule salini cusual «Aulo Salinio di Cusonia»: si noti che è il padre dello zilc «console o consigliere o pretore o prefetto» Laris Salinio di Aulo citato subito dopo. Il collega C. A. Mastrelli mi ha suggerito di vedere in Aulo Salinio, in virtù della sua posizione all'inizio della seconda pagina della Tavola e prima delle indicazioni della data e del luogo, il nome del notaio. La proposta è allettante, ma purtroppo è lungi dall'essere sicura; per accertarcene dovremmo poter leggere l'ottavo pezzo della Tavola finora mancante, per vedere come finiva la pagina precedente.
34. zilci «sotto il consolato o pretura ecc.» (LEGL 142), si diceva anche zilcthi, zilcte. Siccome questa carica pubblica aveva quasi certamente una durata annuale come a Roma, se ne deduce che la data del presente atto notarile è quella dell'anno in corso.
35. celtineitiss (celtinei-tis-s) «del territorio o del distretto», significato suggerito, oltre che dal contesto, dal già conosciuto celthi «in terra» (LEGL 82); presenta l'articolo determinativo al genitivo in posizione enclitica. Però forse è errato al posto di celtineistis (celtineis-tis).
36. tarsminas(-s) «(del) Trasimeno» (che in
latino suonava anche Tarsumennus); si supponeva già che
questo idronimo fosse di origine etrusca (cfr. C. Battisti,
Sostrati e parastrati nell'Italia antica, Fizenze 1959, pagg.
336, 364) e questa è la prima ed esatta conferma di quella
supposizione.
celtineitiss tarsminass «del distretto del
Trasimeno»; è quasi certo dunque che esistevano due
consoli o pretori per ciascuno dei distretti in cui si divideva
l'Etruria e facenti capo alle città più importanti.
sparza in «esso rogito»; si ha l'impressione che
pure nel testo etrusco ci fosse una rozzezza stilistica, una di
quelle in cui sono caduti i notai di tutti i tempi per la loro
esigenza ed anche mania di precisione.
thucht «nella dimora depositato» significa
chiaramente «depositato nell'archivio del notaio», con un
significato che è imposto dal contesto; vedi riga 19.
cesu «deposto» è un participio passivo
frequentissimo nella iscrizioni funerarie (LEGL 125);
ovviamente qui va tradotto «depositato».
36-37. Esso rogito (è) nella dimora (del notaio) depositato e secondo legge steso: probabilmente si sarebbe invece dovuto dire «Esso rogito (è) secondo legge steso e nella dimora (del notaio) depositato». Questa inversione sarà dipesa da una iniziale svista dello scriba o del suo dettatore, conseguente alla stessa ripetitività di tale formula notarile.
37. suthiusve vocabolo finora sconosciuto, che quasi certamente significa «posizionatura, stesura, stilatura, trascrizione», dato che suthiu significa «steso, stilato» e suthivena «stensore, stilatore, notaio».
I quattro personaggi citati avranno assistito alla dettatura del rogito fatta da uno di loro allo scriba, controllando e garantendo la esatta corrispondenza della copia del rogito trascritta prima sulla cera e dopo sul bronzo rispetto all'originale scritto nella pergamena. Ed ovviamente quest'ultima parte della Tavola non figurava nel testo originale del rogito. Si ricordi in proposito quanto ho su detto circa gli "autenticatori" della Tavola di Esterzili.
CIE Corpus Inscriptionum Etruscarum, 1893 ....
DELL Ernout A.- Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, IV édit., IV tirage, Paris, 1985.
ET Rix H., Etruskische Texte, Editio Minor, I Einleitung, Konkordanz, Indices; II Texte, Tübingen, 1991.
LEGL Pittau M., La Lingua Etrusca - Grammatica e Lessico, Nùoro, 1997, ediz. Insula (Libreria Dessì, Sassari).
LELN Pittau M., Lessico Etrusco-Latino comparato col Nuragico, Sassari, 1984 (Libreria Dessì).
LEN Schulze W., Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (1904) - Mit einer Berichtigungsliste zur Neuausgabe von Olli Salomies, Zürich-Hildesheim, 1991.
RNG Solin H.- Salomies O., Repertorium nominum gentilium et cognominum Latinorum, Hildesheim-Zürich-New York, 1988.
TET Pittau M., Testi Etruschi tradotti e commentati - con vocabolario, Roma, Bulzoni Editore, 1990.
ThLE Thesaurus Linguae Etruscae, I Indice lessicale, Roma, 1978; I Supplemento, 1984; Ordinamento inverso dei lemmi, 1985; II Supplemento, 1991.
TLE Pallottino M., Testimonia Linguae Etruscae, Firenze, I ediz. 1954, II ediz. 1968.
Agostiniani L. e Nicosia F., Tabula Cortonensis, Roma, 2000.
De Simone C., La Tabula Cortonensis tra linguistica e storia, negli «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», serie IV, vol. III 1-2, pagg. 1-122, Pisa 1998 [in realtà anno 2000].
Facchetti G. M., L'enigma svelato della Lingua Etrusca, Roma, 2000.
Pittau M., Tabula Cortonensis, Lamine di Pirgi e altri testi etruschi tradotti e commentati, Sassari, 2000, EDES (Libreria Dessì).
MASSIMO PITTAU
dell'Università di Sassari
indirizzo: via Roma 61, 07100 Sassari
telefono: 079/274635 oppure 270171
NOTE
(1) Quest'opera dei due studiosi ha di certo un notevole valore scientifico, ma da essa non ho tratto alcun giovamento per la mia interpretazione e traduzione, dato che essi si sono posti esclusivamente sul piano archeologico e filologico di studio, mentre non hanno affrontato quasi per nulla il problema della "traduzione" del testo etrusco. Da quest'opera ho tratto solamente qualche leggero miglioramento nella lettura del testo.
(2) La riproduzione del testo
della Tabula, fatta da L. Agostiniani e F. Nicosia nella loro
opera già citata, è degna di ogni lode e non poteva
essere fatta meglio, dato che i due studiosi sono ricorsi a
riproduzioni fotografiche condotte nel migliore dei modi ed
effettuate perfino con la radiografia. Io, che ho esaminato con la
massima cura quelle riproduzioni, ho ritenuto di apportarvi solamente
due lievissimi miglioramenti: nella riga 4 leggo clii al posto
di cln e nella riga 16 un punto divisorio dopo
[c]usu.
Al contrario dico di respingere con decisione la ricostruzione del
testo che Carlo De Simone ha proposto in un seminario tenuto nel mese
di maggio 2000 nella mia Università di Sassari e che
successivamento ha esposto in un suo studio che cito in Bibliografia,
ricostruzione che giudico troppo azzardata, anche perché
fondata sull'uso distorto di quello strumento che è lo
scanner dei calcolatori elettronici. Questo infatti serve non
a sostituire la fotografia né a vedere meglio della
fotografia, bensì solamente ad acquisirla e ad elaborarla e
modificarla secondo le nostre necessità. Inoltre respingo la
ricostruzione del De Simone sul piano epigrafico generale, in quanto
egli ha fatto un uso spropositato di parentesi di ogni tipo per
aggiungere oppure per eliminare lettere quando fossero utili oppure
scomode per la sua interpretazione (una ventina in tutto!). E, per
ovvia conseguenza, respingo in blocco la sua interpretazione generale
della Tabula.
(3) Non si può non definire "enorme" il fatto che qualcuno abbia interpretato come prenome Petru e come gentilizio Scevas, come se non si conoscesse alla perfezione l'elenco della ventina di prenomi che gli Etruschi avevano in epoca recente (LEGL 64).
(4) Argomento suggeritomi dal giovane collega Giovanni Lupinu.
(5) Mi sento in dovere di citare
e di ringraziare pubblicamente i miei amici giuristi: Angelo Corda di
Nùoro, Luigi Carrus e Marco Loi di Sassari e Innocenzo Gorlani
di Brescia.
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