La localizzazione dei Galilenses, la
tribù della Sardegna antica che, secondo la testimonianza
della Tavola bronzea di Esterzili (CIL X 7852), era venuta in
contesa coi Patulcenses per il possesso e lo sfuttamento di
terreni, era stata data, con notevole sicurezza, già dal primo
studioso che aveva affrontato l' analisi di quell' insigne reperto
storico-archeologico, Giovanni Spano. Il benemerito canonico,
basandosi su due testimonianze del Fara, che parlavano di una
regio curatoriae Gerreis seu Galillae dicta e di un oppidum
Pulli curatoriae Galilli nunc Gerrei dictae, aveva sensatamente
concluso che i Galillenses in antico risiedevano nella regione
che attualmente si chiama appunto Gerrèi. E
Galila sarebbe stata anche la capitale della regione <1>.
In epoca più recente era intervenuto, a
convalidare fondamentalmente la tesi dello Spano, Raimondo Bachisio
Motzo, il quale aveva presentato documenti medioevali più
antichi di quelli del Fara, e precisamente la Legenda Sanctissimi
Praesuli Georgii Suellensis, dove viene citato un villaggio
denominato Galillium <2>. In
epoca ancora più recente il linguista Gian Domenico Serra
aveva proceduto a identificare questo villaggio di Galillium
con Paúli Gerrèi, attualmente San
Nicolò Gerrèi <3>.
Finalmente nel 1978 è intervenuta Marcella Bonello Lai innanzi
tutto per riassumere l' intera questione, in secondo luogo per
presentare altri documenti medioevali che parlano della curatoria di
Galila o Gerrei ed infine per dichiarare di accettare
quella localizzazione dei Galillenses appunto nell' attuale
regione della Sardegna sud-orientale chiamata Gerrèi <4>.
Questa localizzazione è stata recepita dal Meloni, il quale
infatti, nella sua opera La Sardegna romana tutte le volte che
cita i Galillenses, non tralascia di aggiungere "stanziati nel
Gerrèi" <5>.
Tutto ciò premesso, come linguista in primo
luogo mi sento di poter intervenire per far osservare che il fatto
che l' etnico Galillenses risulta nella Tavola di Esterzili
una volta citato come Galilenses, ossia con la liquida scempia
o debole, non è detto che si debba considerare un errore
ortografico, come ha ritenuto di segnalare Enzo Cadoni <6>:
abbiamo infatti buone prove per affermare che nella lingua dei
Sardi/Nuragici c' era indifferenza fra la consonante -l-
debole e quella -ll- forte, come mostrano i seguenti esempi di
toponimi sicuramente paleosardi: innanzi tutto il toponimo
Galíle di Orune e dopo i seguenti Goléi o
Golléi (Lula), Ololay (ant.),
Ollolái e Ollollái; Urzuléi e
Urzullè (villaggi, NU); Biscolái e
Biscollái, Tertílo e Tertíllo
(Núoro), Irillái (Núoro) e
Irilái (Oliena), Osala e Osalla
(Oroséi), ant. Uselis ed Usellis (= odierno
Usellus, OR). D' altronde è un fatto che anche in
qualche varietà del campidanese odierno si registra tuttora
questa indifferenza rispetto alla -l- debole oppure
-ll- forte.
La Bonello però non si è limitata a
convalidare quella localizzazione dei Galillenses, che era
stata prospettata già prima di lei, ma ha ritenuto di poter
procedere a localizzare la sede dell' altro popolo richiamato dalla
Tavola di Esterzili, i Patulcenses. A suo giudizio i
Patulcenses erano stanziati nella zona dell' attuale villaggio
di Dolianova, in provincia di Cagliari, il quale costituisce
il centro di una zona molto adatta alla attività agricola. La
studiosa ha motivato la sua scelta in base al noto e controverso
passo di Varrone (De re rustica, I, 16, 2), secondo il quale
«Molti terreni fertili non conviene coltivarli a causa delle
depredazioni dei vicini, come alcuni in Sardegna che sono presso
Oelie» (Multos enim agros egregios colere non expedit propter
latrocinia vicinorum, ut in Sardinia quosdam qui sunt propre
Oeliem), decidendo pertanto di interpretare anche lei il
controverso e quasi sicuramente corrotto toponimo Oeliem
riportato dai codici di Varrone come il precedente antico e classico
della medioevale curatoria di Parti Olla o Dolia e del
villaggio odierno Dolianova <7>. E la
studiosa ha da parte sua ritenuto di poter inserire gli episodi del
conflitto più che secolare che aveva contrapposto i
Patulcenses ai Gallilenses esattamente nel quadro
politico-militare e socio-economico delineato da Varrone.
Premetto che nel presentare oggi una tesi differente da quella della
Bonello, dichiaro di riconoscere appieno la validità
storiografica del suo studio citato ed inoltre dichiaro che la mia
odierna proposta è anche il frutto dell' analisi attenta che
ho fatto delle tesi ed ipotesi della egregia collega.
A me dunque sembra che si possano muovere alla interpretazione della
Bonello le seguenti obiezioni:
1) Non risulta affatto che il toponimo Parti Olla o Dolia esistesse anche in epoca antica e classica; di certo noi sappiamo solamente che esso compare nel Medioevo.
2) E' molto improbabile che la zona indicata da Varrone fosse quella della odierna Dolianova, dato che è poco verosimile che i governatori romani che risiedevano a Cagliari non avessero i mezzi e la volontà di difendere dagli attacchi dei montanari questa zona che distava appena 15 miglia (= 21 chilometri) circa da Cagliari. In quest' ordine di idee a me sembra molto più ovvia la correzione che è stata già proposta del toponimo controverso Oeliem in O<us>elis, cioè nell' antico Usel(l)is uguale all' odierno Usellus (OR). Anche la zona di Usellus era ed è molto adatta allo sfruttamento agricolo, ma era troppo lontana dalla capitale della provincia, Cagliari, e cioè 60 miglia circa (= 76 chilometri) per poter essere efficacemente difesa dalle razzie dei montanari. In subordine a questa specifica interpretazione che io preferisco, riterrei che Oliem potrebbe essere emendato e interpretato pure come Olbiam. Anche la piana posta ad occidente di Olbia infatti poteva ben essere adatta alla attività agricola, ma aveva su di sé la continua minaccia delle razzie degli antichi popoli delle montagne sarde, Iliesi e Balari e Corsi della Gallura.
3) Alla dislocazione dei Patulcenses nella zona di
Dolianova si oppone il sito del ritrovamento della famosa tavola:
Esterzili. Mi sembra che nessun autore sia posto espressamente la
domanda e tanto meno abbia cercato di trovarvi una risposta,
perché mai la tavola sia stata trovata appunto ad Esterzili.
Per tentare di dare una risposta a questa domanda si deve innanzi
tutto ricordare e sottolineare che la tavola riportava una sentenza
pronunziata dal governatore della provincia, il proconsole L. Elvio
Agrippa, la quale, alla fine di una lunga controversia, dava piena
ragione ai Patulcenses. Sicuramente sono stati proprio questi
a volersi fare la copia della sentenza e addirittura a farla incidere
sul bronzo. E' pertanto evidente che la tavola in origine era in
possesso dei Patulcenses e quasi sicuramente risultava murata
in un loro edificio sacro, anche al fine di attirare su di essa la
garanzia e la protezione della relativa divinità. Ma il
fatto che la tavola sia stata rinvenuta ad Esterzili e cioè in
territorio differente da quello dei legittimi proprietari, fa
chiaramente intendere che essa era stata trafugata a questi.
Trafugata da chi e per quale scopo? Cui proderat?, a chi
poteva giovare questo trafugamento? A me sembra che non possano
esistere dubbi circa la risposta da dare a queste domande: la tavola
era stata trafugata, con l' incursione di qualche loro commando,
proprio dai Galillenses, quelli che dalla sentenza incisa su
di essa avevano subìto la condanna. Perché i componenti
del commando galillense l' avranno trafugata? L' avranno trafugata a
titolo di beffa e dileggio per i loro avversari, i
Patulcenses, ed insieme a titolo di trofeo di guerra da
esibire ai loro connazionali Galillenses, con la ovvia riserva
di distruggerla dopo ed anche di recuperarne il prezioso metallo. Il
fatto però che la tavola non sia stata distrutta lascia
intendere che essa sia andata smarrita, magari in un azione di
inseguimento subìto dai trafugatori da parte dei
trafugati.
Dunque anche il sito di ritrovamento del prezioso
reperto storico-archeologico, l' agro di Esterzili, ci assicura che i
Patulcenses non abitavano affatto nella zona piuttosto lontana
di Dolianova, ma abitavano a stretto contatto coi Galillenses,
in una zona, se non contigua ad Esterzili, di certo più vicina
di quella di Dolianova. A questo proposito io ritengo che abbia uno
speciale significato la circostanza che la stazione militare romana
di Biora o, assai meglio, Flora fosse situata nelle
vicinanze di Serri: quella stazione militare in effetti risultava
interposta fra Esterzili ed i Patulcenses e quindi in difesa
di questi dalla persitente pressione dei Gallilenses <8>.
Ripeto: il sito di ritrovamento della tavola, l' agro di Esterzili,
esclude con notevole sicurezza che i Patulcenses abitassero
nella zona di Dolianova; se questo fosse stato, infatti, i
trafugatori galillensi della tavola, non si sarebbero indirizzati
verso il lontano territorio di Esterzili, ma si sarebbero indirizzati
verso i più vicini centri abitati del Gerrèi.
In tutto ciò è implicita la conclusione
che, pur tenendo ferma la tesi della dislocazione dei
Galillenses nel Gerrèi, il loro territorio a
nord arrivava fino all' agro di Esterzili, comprendendolo. E' quanto
aveva sottolineato il Meloni quando aveva scritto: «I Galillensi
dovevano occupare un' area molto vasta, soprattutto a nord, fino al
medio Flumendosa, giustificando così, in certo modo, il
rinvenimento della Tavola [....] nelle campagne di Esterzili,
in località Corte 'e Luccetta» <9>.
A questo proposito io dico di respingere con
decisione la tesi di Gian Domenico Serra, secondo cui il toponimo
Esterzili (ant. Stertilis) deriverebbe dal nome della
gens Stertinia, che avrebbe posseduto latifondi nella zona
<10>. Io respingo questa tesi sia per motivi
strettamente linguistici, sia perché è inimmaginabile
l' esistenza di latifondi nella zona montuosa, fortemente
accidentata, in cui si trova Esterzili. I Romani sapevano ben
scegliere i terreni da cedere ai loro latifondisti e certamente li
andavano a scegliere nelle zone piane della Sardegna e non in quelle
accidentate e rocciose del centro montano dell' isola.
Per questo stesso motivo ed a maggior ragione si deve
respingere l' ipotesi, che è stata pure fatta, che sia i
Galillenses che i Patulcenses fossero stanziati entro
l' attuale territorio di Esterzili o nelle sue immediate vicinanze
<11>
Ma se è da escludersi, per le
difficoltà su esposte, che i Patulcenses fossero
stanziati presso Dolianova, dove sarà stata la loro sede? Io
sono per la ipotesi, già lontanamente accennata da Ettore Pais
<12>, secondo cui che la sede dei
Patulcenses era nella odierna Trexenta. In primo luogo
è da considerare che anche questa zona è molto adatta
alla coltivazione del frumento, come aveva affermato e sottolineato
Vittorio Angius con questa sua considerazione: «E' questa la
contrada più famosa per la produzione del frumento, che le
altre più nobili per la stessa fecondità appena qualche
volta possono pareggiare» <13>. In
questo stesso ordine di cose è molto significativo anche lo
straordinario - almeno per la Sardegna - numero di centri abitati ivi
esistenti, l' uno vicino all' altro: Arixi, Barrali, Guamaggiore,
Guasila, Ortacèsus, Pimentèl, San Basilio, Sant' Andrea
Fríus, Segaríu, Sèlegas, Senorbì,
Seúni, Sisini, Suelli <14>.
Esistono alcuni toponimi della zona, i quali danno
esatta l' impressione che essa sia stata particolarmente frequentata
dai Romani, militari e coloni. Innanzi tutto c' è il nome
dell' intera zona, la Trexenta. La sua connessione col
numerale latino trecenta al neutro salta immediatamente agli
occhi di chi abbia una conoscenza anche molto superficiale del
latino. Lo Spano aveva interpretato che Trexenta fosse
«così appellata da trecenta oppida, o borghi che
esistevano in quella vasta e fertile pianura, nella quale ovunque si
scavi si trovano ruderi, monete ed altri oggetti antichi»
<15>. Senonché una tale ipotesi si
deve respingere senza alcuna esitazione, per il fatto che è
impossibile immaginare che la Trexenta potesse ospitare un
così elevato numero di centri abitati.
Per la soluzione del problema etimologico del
toponimo Trexenta sono stato avviato da un suggerimento del
collega Giulio Paulis, che qui volentieri e pubblicamente ringrazio:
egli mi ha prospettato che dietro il numerale trecenta, sicura
base del nostro toponimo, possa esserci la indicazione di una misura
agraria. Dopo averci pensato un po' mi è venuta l' idea che la
misura agraria sia lo iugerum latino, per cui il nostro
toponimo andrebbe ricostruito come trecenta iugera <16>.
Considerato che uno iugero romano misurava circa 2.500 metri
quadrati, facilmente si deduce che 300 iugeri indicavano circa 75.000
metri quadrati, cioè circa 75 ettari. Però altro non mi
sento di dire sull' argomento, per cui non mi resta che appellarmi
agli studiosi specialisti di agrimensura romana perché tentino
di appurare che cosa esattamente si possa intendere con la locuzione
trecenta iugera riferita alla Trexenta. Del resto essi
eventualmente potranno anche fare riferimento a qualche altra misura
agricola romana, la cui denominazione però dovrà pur'
essa risultare al neutro plurale da concordarsi con trecenta.
In vista e nella speranza di uno studio approfondito sull' argomento
segnalo che esiste in provincia di Rovigo un villaggio chiamato
Trecenta, la cui denominazione quasi sicuramente avrà
avuto la medesima origine del sardo Trexenta.
Il secondo toponimo che depone a favore della
particolare presenza di latifondisti romani nella zona è
Suelli. Nel linguaggio della zona il toponimo suona
esattamente Suéddi e si comprende che Suelli
sarà una ricostruzione di origine dotta o simidotta,
già conosciuta nei documenti medioevali. Ebbene
Suelli/Sueddi induce a pensare ad una locuzione Villa
Suelli, cioè «tenuta o fattoria di Suellio».
Suellius è un gentilizio ampiamente attestato in molte
parti della penisola <17>. E c' è da
chiedersi se la gens Suellia fosse imparentata con la gens
Patulcia latifondista dei terreni occupati dai Patulcenses
oppure nella Trexenta l' una fosse in concorrenza con l' altra.
Evidentemente tocca agli storici propriamente detti dare una risposta
anche a questo interrogativo.
Di certo Suelli è stato il centro
più importante della Trexenta, come dimostra il fatto che in
epoca successiva esso diventerà il capoluogo della curatoria
della Trexenta ed inoltre della diocesi di Suelli.
Ci sono infine nella Trexenta alcuni altri toponimi che depongono
sempre a favore di una particolare presenza dei Romani nella zona:
Funtana Romana (San Basilio), che è di chiarissima
origine e significazione <18>, e poi
Crobeccada = «coperchiata» (Sèlegas), che in
tutta la Sardegna spesso è d concordarsi con trecenta. In
da cioè "strada romana lastricata" <19>.
E poi, sempre a Sèlegas esiste un Pranu
Lítteras, letteralmente «piano delle Lettere»,
di cui il secondo vocabolo quasi sicuramente fa riferimento ad
iscrizioni romane scolpite in pietre miliari oppure in cippi funerari
<20>.
Ad iniziare dai Mommsen e Pais, giù
giù, fino ai Serra, Meloni, alle Bonello e Boninu, ai Cadoni e
Mastino, tutti gli studiosi fino ad ora hanno interpretato che l'
aggettivo CAMPANI che segue il nome dei Patulcenses la
terza volta in cui questi vengono nominati nella tavola, sia da
intepretarsi come «originari della Campania», come dimostra
anche il fatto che nella "trascrizione" del nesso sintattico l'
aggettivo viene da loro indicato con la iniziale maiuscola,
cioè Patulcenses Campani <21>.
I Patulcenses pertanto vengono da questi autori presentati
come "coloni provenienti dalla Campania". La motivazione che sta al
fondo di questa interpretazione sta nel fatto che la gens
Patulcia, proprietaria di fondi anche in Sardegna, pur originaria
dell' Etruria, risulta essersi espansa anche nella Campania.
Personalmente ritengo che esistano buoni motivi
almeno per mettere in dubbio questa interpretazione del
vocabolo CAMPANI. Il nesso PATULCENSES CAMPANI infatti
si può interpretare anche «Patulcensi dei campi
aperti», secondo quanto consente il significato dell' aggettivo
lat. campanus <22> e secondo quanto
aveva interpretato lo stesso Pais, sia pure con un vero e proprio
lapsus, dato che in tutte gli altri luoghi in cui egli parla
dei Patulcenses, li dichiara provenienti dalla Campania
<23>. La ragione di questa possibile
interpretazione è - a mio avviso - la seguente: nell' intera
controversia giuridica che contrapponeva i Galillenses ai
Patulcences il richiamo alla Campania come supposta terra di
origine di questi ultimi non troverebbe alcuna motivazione di sorta.
Invece, interpretando CAMPANI come «abitanti dei campi
aperti», questa precisazione troverebbe una certa motivazione
nel fatto che essi si contrapponevano ai Galillenses che
invece erano di certo «abitanti della montagna».
Concludo però dicendo e sottolineando che neppure io escludo
che quell' aggettivo CAMPANI possa fare riferimento alla
Campania come terra di origine dei coloni chiamati
Patulcenses, ma considerato che è linguisticamente
possibile e legittima anche l' altra interpretazione, a me sembra che
coloro che optano per la prima interpretazione abbiano il dovere di
fornire altre prove a favore di essa.
Infine, quand' anche si dimostrasse che i Patulcenses venivano
effettivamente dalla Campania, non si dica assolutamente che essi
sarebbero arrivati nella zona sbarcando nella foce del
Saeprus, cioè dell' odierno Flumendosa, e poi risalendo
la sua vallata. Questa tesi può essere sostenuta solamente da
chi non ha mai visto la vallata di questo fiume, il quale scorre in
una zona accidentatissima e spesso addirittura in un lungo canalone
incassato fra le rocce, dove non passano, non dico gli uomini
né i muli e gli asini, ma neppure le capre.
Massimo Pittau
N O T E
1 - G. Spano, Tavola di bronzo trovata in Esterzili (Sardegna), con Appendice di C. Baudi di Vesme, nelle «Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino», serie II, XXV, 1867 (1871), pagg. 3-15.
2 - B.R. Motzo, La vita e l' ufficio di S. Giorgio vescovo di Barbagia, in ASS, XV, 1-2, 1924, pag. 66.
3 - G.D. Serra, Il nome di
Cagliari e la Galilea di Sardegna, nella rivista «Il
Ponte», Firenze, 1951, VII, 9-10, pagg. 1008-1011; idem,
Appunti su l' elemento punico e libico nell' onomastica sarda,
nella «Vox Romanica», 13, 1953, pag. 51.
Ovviamente è da respingersi con decisione la tesi del Serra,
secondo cui alla zona abitata dai Galillenses avrebbero dato
la denominazione i Fenici, per nostalgico ricordo della
Galilea della Palestina, la quale era attigua alla loro
Fenicia. «Questa tesi del Serra - ho già avuto modo di
scrivere nel mio libro Lingua e civiltà di Sardegna,
Cagliari, 1970, pag. 53 - si sarebbe forse potuta accettare nel caso
che della "Galilea di Sardegna" fosse esistita una sola denominazione
generica, del tutto priva di riscontri toponomastici nel centro
montano dell' Isola, dove la colonizzazione fenicia non è
mai arrivata. Ma i fatti dimostrano tutto il contrario: la base
Galil- è abbastanza riccamente e soprattutto
diffusamente attestata nelle zone interne ed impervie del centro
montano, dove forse non ha mai posto piede nessun Fenicio». Sia
sufficiente citare il toponimo Galíle dell' agro di
Orune.
Quasi certamente il toponimo Pulli citato dal Fara va letto
Pauli = «palude».
4 - M. Bonello Lai, Sulla localizzazione delle sedi di Galillenses e Patulcenses Campani, in SS, XXV, 1978-1980 (1981), pagg. 29-43.
5 - P. Meloni, La Sardegna romana, Sassari, 1990, pagg. 82, 130, 135, 152, 161, 316, 333, 402.
6 - E. Cadoni, La Tabula bronzea di Esterzili (CIL X 7852 = ILS 5947), nei «Quaderni Bolotanesi», Sassari, XIV, 1988, pag. 253.
7 - Questa identificazione era stata già prospettata, sia pure in maniera ipotetica, da E. Pais, Ricerche storiche e geografiche sull' Italia antica, Torino, 1908, pagg. 587 e da P. Meloni, op. cit., pag. 132.
8 - P. Meloni, op. cit.,
pag. 309, giustamente parla di «prevalente aspetto militare del
centro».
La forma Biora o Piora dell' Itin. Ant. 81
(ThLL s.v.) non trova alcun riscontro nel lessico latino
né in quello paleosardo; ragion per cui io emendo la lezione
in Flora. Questa divinità romana era conosciuta in
Sardegna (cfr. P. Meloni, op. cit., pag. 395).
9 - P. Meloni, op. cit., pag. 161.
10 - G.D. Serra, Etruschi e Latini in Sardegna, in «Mélanges de Philologie Romane offerts a M. Karl Michaëlsson», Göteborg, 1952, pag. 443.
11 - Cfr. F. Pilia, Esterzili. Un paese e la sua memoria, Cagliari,, 1986, pag. 37.
12 - E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Roma, 1923, vol. I, pag. 134.
13 - V. Angius in G. Casalis, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino, 1843, XXIII, pag. 238 s. v. Trecenta.
14 - Cfr. V. Martelli, La Sardegna e i Sardi, Cagliari, 1926, pag. 31; O. Baldacci, I nomi regionali della Sardegna, Firenze, 1945, pag. 68 segg.; J. Day, Villaggi abbandonati in Sardegna dal trecento al settecento: inventario, Paris, 1973, pagg. 59-63.
15 - G. Spano, Vocabolario
sardo geografico, patronimico ed etimologico, Cagliari, 1873,
pag. 117.
Quest' operetta dello Spano ha qualche valore sul piano documentario,
mentre ne ha quasi nessuno sul piano critico, ossia etimologico
propriamente detto; cfr. M. Pittau, Giovanni Spano grammatico e
lessicografo, in «Contributi su Giovanni Spano 1803
-1878», Sassari, 1979, pagg. 207-212.
16 - E' quanto ipotizza anche G.B. Pellegrini, Toponomastica Italiana, Milano, 1990, pag. 393, per toponimi italiani come Ducèntola, Trecèntola, Quaràntola ecc.
17 - Cfr. W. Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen, 2. Unveränderte Auflage, Berlin/Zürig/Dublin, 1966.
18 - Compare già in un documento medioevale del Codex Diplomaticus Sardiniae, di Pasquale Tola, Torino, 1861, XIII 43, pag. 336, come corti de funtana romana.
19 - Cfr. M. Pittau, Studi Sardi di linguistica e storia, Pisa, 1958, pagg. 93, 129-130.
20 - Cfr. M. Pittau, Lingua e civiltà di Sardegna cit., pag. 38.
21 - Cfr. Th. Mommsen, Gesammelte Schriften, Berlin, 1908, V, pagg. 325-351; A. Boninu, Per una riedizione della Tavola di Esterzili (CIL X 7852), nei «Quaderni Bolotanesi», Sassari, XIV, 1988, pagg. 231-245; A. Mastino, Tabularium Principis e Tabularia provinciali nel processo contro i Galillenses della Barbaria Sarda, ibidem, pagg. 265-286. Le altre citazioni bibliografiche sono state da me fatte nelle note precedenti.
22 - Cfr. Thesaurus Linguae Latinae, s. v.
23 - Cfr. E. Pais, Storia della Sardegna cit., vol. I, pag. 169: «i Patulcenses Campani, che, come indica lo stesso loro nome, abitavano le regioni piane limitrofe a quelle di quei montanari».