Nell'antico mondo greco, già
in epoca classica e dopo in quella postclassica, riguardo ai poemi
omerici e soprattutto riguardo all'Odissea si determinò un movimento
esegetico-culturale molto caratteristico: numerosi interpreti,
commentatori, storici e geografi si diedero da fare per indicare la
rotta esatta del viaggio fatto da Ulisse nel suo peregrinare da una
terra all'altra del Mediterraneo e più precisamente per
individuare le diverse tappe
da lui fatte e cioè le terre da lui toccate. La motivazione di
fondo di questa affannosa esegesi di carattere geografico stava nel
fatto che - come tutti sappiamo - i due poemi omerici costituivano
ormai i "libri" per eccellenza della etnia greca, la loro
Bibbia nazionale, gli strumenti essenziali della
paideia dei Greci e cioè della loro educazione
e della loro cultura. Quelle identificazioni delle varie
«tappe» del viaggio di Ulisse pertanto erano promosse dal
desiderio di dare lustro e gloria alla propria patria locale, alla
propria isola, alla propria città o regione, lustro e gloria
che scaturivano appunto dall'essere stata essa raggiunta dall'eroe di
Itaca.
Senonché la identificazione di quelle tappe
non risultava affatto univoca, bensì variava da interprete a
interprete, ovviamente in funzione ed a vantaggio delle rispettive
patrie locali; col risultato finale che circa la identificazione di
alcune tappe, perfino di quelle fondamentali, venivano indicate
decine di differenti località...\1\ Il quale modo di procedere dei vari
interpreti fu criticato ed anche deriso dal grande filologo e
geografo Eratostene di Cirene, con la seguente frase che ci viene
tramandata da Strabone (I, 2, 15): «Si ritroverà dove
Ulisse ha navigato, quando si troverà il pellaio che ha cucito
l'otre dei venti», (evidentemente quello datogli da Eolo).
Senonché questa critica e questa derisione di Eratostene non
furono affatto recepite dagli interpreti seguenti, nemmeno dallo
stesso Strabone che ce le ha tramandate; e molti ancora continuarono
nelle loro identificazioni delle varie tappe del viaggio di Ulisse:
nel mondo greco, fino al suo trapasso in quello bizantino, ed anche
nel mondo romano, dopo che Livio Andronico nel secolo III a.C.
procedette a tradurre in latino l'Odissea.
Non solo, ma i tentativi di ricostruire l'esatto itinerario del
viaggio di Ulisse vennero ripresi in epoca moderna, ad iniziare
dall'età umanistica, di secolo in secolo, fino ai giorni
nostri, con innumerevoli e purtroppo assai differenti proposte di
identificazione. In epoca recente c'è stato persino chi ha
localizzato qualche episodio del viaggio di Ulisse nello Jutland e
chi addirittura ha pensato di costruirsi una barca alla foggia di
quella usata da Ulisse e, munito di perfezionati apparecchi
fotografici, ha deciso di ripercorrere e di fotografare l'itinerario
dell'antico navigatore, ovviamente finendo col giurare che quella
effettivamente era stata la precisa rotta del peregrinare dell'eroe
itacense...
Ma a prescindere da queste amenità, per i
tempi recenti sia sufficiente citare due opere molto impegnate, alle
quali i rispettivi autori hanno voluto dare tutti i crismi della
acribia scientifica: Victor Bérard, Les Navigatione d'Ulysse \2\, e Hans-Helmut & Armin Wolf,
Der Weg des Odysseus.
Tunis-Malta-Italien in den Augen Homers, con nuova edizione dal titolo
Die wirkliche Reise des
Odysseus. Zur Rekonstrution des Homerischen Weltbildes
\3\. Senonché soprattutto quest'ultima
opera dei fratelli Wolf, nonostante il notevole impegno esegetico
profuso nella loro ricerca, si è attirata una sostanziale
condanna da parte dei filologi \4\.
D'altra parte il tema della "ricostruzione della
rotta del viaggio di Ulisse" è ormai diventato un
topos della stampa quotidiana e periodica, tanto
che non passa anno in cui non si annuncino le strabilianti
"ricostruzioni scientifiche" fatte dagli immancabili capitani di mare
o navigatori o ingegneri od avvocati... E tutto questo ha pure avuto
le sue ovvie conseguenze pratiche: ad esempio, «nel 1974, il
Golfo di Squillace è stato denominato, in base alla
localizzazione wolfiana, "Riviera di Nausicaa", con tanto di lapide
nel luogo del fatidico incontro tra Odisseo e la figlia di re
Alcinoo» \5\. E pure la nostra Sardegna ha fatto la sua
parte: evidentemente a seguito delle indicazioni di Victor
Bérard, che aveva localizzato la terra dei Lestrigoni nella
Sardegna settentrionale, nella insenatura di Porto Pozzo, di recente
è stato ufficialmente trovato e battezzato un «Porto di
Ulisse»...
Dal modo in cui ho finora condotto il mio discorso sarà
apparso chiaro che io non credo affatto alla "scientificità"
dei tentativi di ricostruzione del viaggio di Ulisse; io non ci credo
per una grossa difficoltà che espongo subito.
C'è da premettere che ciò che ha spinto innumerevoli
interpreti, antichi e moderni, a ritenere realmente avvenuto il
viaggio di Ulisse, è di certo la forma di racconto
autobiografico che il poeta dell'Odissea ha adottato nel raccontarlo.
Si è pertanto ritenuto che il racconto fatto da Ulisse al re
Alcinoo e alla sua corte non sia altro che il resoconto di un viaggio
compiuto realmente da un navigante antico, quasi il resoconto
trascritto nel suo «diario di bordo». Senonché
l'ipotesi che quel viaggio sia realmente avvenuto cade di fronte a
questa grave difficoltà: il viaggio di Ulisse quale viene
descritto nell'Odissea, pur prescindendo del tutto - ovviamente -
dai riferimenti a fatti mitici, fantastici e portentosi, quali i
Ciclopi, giganti con un solo occhio, i Lestrigoni giganti ed
antropofagi, i mostri di Scilla e Cariddi, Eolo col suo otre dei
venti, la maga Circe, la ninfa Calipso, la fascia di Leucotea, ecc.,
dal punto di vista
strettamente nautico presenta una lunga serie di difficoltà ed
incronguenze insuperabili,
quali sono, ad esempio, il resistere di Ulisse in mare per 9 giorni
afferrato alla chiglia della nave sconquassata dal fulmine, il suo
nuotare per 2 giorni, il suo salvarsi nonostante l'essere stato
sbattuto agli scogli (Od., VII 250-253, 267-268, V 279, 388,
425-430), ecc., ecc. Non è da accettarsi l'ipotesi che quel
lungo viaggio di mare, nella sua interezza, sia stato realmente
effettuato da un qualsiasi navigatore. Dunque, in termini strettamente nautici, quel viaggio,
così come viene descritto dall'Odissea, risulta
intrinsecamente impossibile.
Al massimo si può concedere che tutte quelle tappe ed alcuni
di quegli episodi narrati nel poema non siano il resoconto di un solo
viaggio effettuato da un solo navigatore, bensì siano la somma
di vari resoconti di differenti viaggi effettuati da diversi
navigatori, ma attribuiti ad uno solo chiamato Ulisse. A mio avviso,
alla realtà storica di un navigatore chiamato Ulisse, che fece
alcuni di quei viaggi, si può anche credere, in virtù
del fatto che da lui e da lui soltanto trasse motivi di
celebrità l'isola di Itaca, non rinomata per alcun altro
motivo di ricchezza o di potenza.
L'attribuzione ad un solo navigatore di viaggi fatti anche da altri
trova conferma pure nella circostanza che - come tutti sappiamo -
secondo la massima parte degli studiosi moderni l'unità di
composizione dell'Odissea è soltanto apparente, dato che il
poeta che effettuò la composizione scritta e quasi definitiva
dell'Odissea, in realtà fece un'opera di
assemblaggio di canti più antichi e tramandati per via orale.
In via più specifica è quasi pacifico tra gli studiosi
recenti che l'Odissea costituisca la sintesi di tre lunghi racconti
differenti: la Telemachia o il racconto del viaggio effettuato da
Telemaco per rintracciare il padre, i Viaggi di Ulisse o il racconto di Ulisse nella corte di
Alcinoo ed infine la Vendetta
di Ulisse sui Proci. A questi
tre lunghi racconti, che costituiscono la parte essenziale
dell'Odissea, in seguito furono aggiunti altri racconti di
estensione molto minore.
Ho fatto questa abbastanza lunga premessa con l'intento di precisare
che col mio presente studio io non mi sono affatto prefisso il
compito di tentare una nuova ricostruzione
dell'«itinerario» dell'intero viaggio di Ulisse e nemmeno
quella di procedere alla identificazione di una o di alcune tappe di
quel viaggio. Escludo del
tutto questo proponimento per il motivo essenziale che io sono dalla
parte di quegli studiosi i quali ritengono che Ulisse sia
fondamentalmente una creatura fantastica e poetica, anche senza
negare che esso possa essere realmente esistito e possa aver fatto
una parte di quei viaggi che l'Odissea gli
attribuisce. Il compito che
invece mi sono prefisso è uno enormemente più modesto,
ma insieme - così almeno mi sembra - molto più
"scientifico"; ed è quello che ora mi accingo ad
esporre.
C'è innanzi
tutto da premettere e precisare che i due poemi omerici, l'Iliade e l'Odissea, non
citano mai la Sardegna.
È ben vero che un riferimento alla Sardegna sembrerebbe
implicito nella famosa locuzione «riso sardanio o
sardonio», cioè "riso amaro e forzato", col quale Ulisse
avrebbe risposto alla grave provocazione di uno dei Proci (Od., XX
302); «riso sardanio o sardonio» che numerosi interpreti
antichi hanno di fatto riferito proprio alla Sardegna, come terra in
cui esiste la velenosa «erba sardania o sardonia» che
provocherebbe la morte di un uomo, costringendolo prima a fare un
riso doloroso, oppure come terra in cui c'era l'usanza di uccidere i
vecchi settantenni ed essi affrontavano la morte ridendo, in maniera
artefatta, per dimostrare coraggio nel predisporsi alla loro tragica
fine \6\. Già da tempo però io ho
escluso che in origine, per quanto realmente risulta dal contesto
dell'Odissea, la locuzione «riso sardanio» si
riferisse alla Sardegna; è molto meno costoso ritenere che si
riferisse ai Sardiani abitanti di Sardeis, capitale della Lidia, terra strettamente
contigua alla Ionia, nella quale sono nati e maturati i due poemi
omerici, piuttosto che alla lontanissima Sardegna \7\. Non solo, ma a prescindere dal problema
della sua esatta origine e motivazione, è evidente che la
frase implicava una notazione negativa da parte dei Greci della
Ionia, notazione negativa che era molto più ovvia nei
confronti degli abitanti della vicina Sardeis, loro confinanti e
quindi intesi - come è capitato spessissimo nella storia -
come "nemici", che non nei confronti degli abitanti della
lontanissima Sardegna. Il fatto poi che i tardi interpreti greci
dell'Odissea abbiano invece riferito la locuzione
«riso sardanio» alla Sardegna costituisce solamente una
delle prove del fatto che nella memoria storica dei Greci resisteva
ancora il ricordo della emigrazione dei Lidi, e quindi anche degli
abitanti di Sardeis o Sardiani, non soltanto verso l'Etruria, secondo il
notissimo racconto di Erodoto (I 94), ma anche verso la Sardegna,
alla quale addirittura essi avevano dato il nome, come fa intendere
uno scolio al Timeo
di Platone \8\.
Dunque lo ripeto: né
l'Iliade né l'Odissea citano mai la Sardegna. Ebbene, col presente studio io mi propongo il
compito di appurare se, nonostante questo silenzio dei due poemi
omerici rispetto alla Sardegna, almeno in quello più recente,
l'Odissea, si possa affermare che la nostra isola
risulti presente in forma implicita, sia nella sua realtà
geografica, sia nella sua realtà culturale. Ed anticipo che il
risultato della mia ricerca a me sembra essere positivo od
affermativo.
Una prima considerazione di
carattere
geografico. Dovendosi
ovviamente considerare l'isola di Itaca - che è vicina alla
costa occidentale della Grecia, quella volta al mare Ionio - come
ideale centro geografico dei numerosi viaggi che il poeta
dell'Odissea attribuisce ad Ulisse, risulta quasi del
tutto pacifico fra gli interpreti, sia quelli antichi che quelli
moderni, che l'area geografica di quei viaggi era fondamentalmente il
Mediterraneo posto ad occidente di Itaca e della Grecia e quindi
fondamentalmente il Mediterraneo centrale, coi suoi bacini del mare
Ionio, di quello Adriatico e di quello Tirreno. In questo quadro
geografico e marittimo è evidente che la Sardegna trovava una
sua posizione effettiva ed importante, nel senso che almeno ogni
navigazione che si svolgeva nel mare Tirreno trovava nella nostra
isola un suo necessario riferimento, cioè una tappa quasi
obbligata. A maggior ragione si deve supporre questa situazione per
la Sardegna di quei lontani secoli, a motivo della tecnica navale che
vigeva allora, quando la autonomia delle navi era molto ridotta
rispetto a quella delle navi moderne, per cui era pressoché
impossibile che un navigante che si muovesse nel mare Tirreno non
toccasse, volente e nolente, la nostra isola.
Il poeta dell'Odissea caratterizza il quadro marittimo e geografico
del Mediterraneo dove si svolgono i viaggi di Ulisse e cioè
quel quadro che egli conosce, ovviamente in maniera piuttosto
nebulosa, dicendo che era il luogo dove «i sentieri della notte
e del giorno sono vicini» (Od., X 86), dove cioè il sole,
morendo, si predispone a rinascere il giorno successivo, sia pure
alla parte opposta. Siamo dunque nell'area del Mediterraneo
occidentale, della quale evidentemente la Sardegna costituiva un
punto centrale e perfino essenziale. Dunque già in termini
strettamente geografici è del tutto legittimo ritenere che,
nonostante che la Sardegna non sia mai citata dall'Odissea in maniera esplicita, l'isola risultava
essere una delle terre presso le quali si svolgevano i viaggi di
Ulisse e degli altri naviganti che lo avevano preceduto o
seguito.
Una seconda considerazione, questa di
carattere cronologico e
storico. Alcuni studiosi
moderni avevano sostenuto che il racconto dei viaggi attribuiti
dall'Odissea ad Ulisse non erano altro che i riflessi
letterari e i ricordi poetici della colonizzazione che le varie
stirpi greche avevano fatto sia in Sicilia sia nell'Italia meridionale o Magna Grecia ad iniziare dalla metà dell'VIII
secolo avanti Cristo. Senonché l'autorevole storico Jean
Bérard, nella sua importante opera La colonisation grecque de l'Italie
méridionale et de la Sicilie dans l'antiquité.
L'histoire et la légende \9\ ha ampiamente e convincentemente dimostrato
che i viaggi di Ulisse in effetti sono di molto anteriori a quella
colonizzazione, per cui, più che essere il resoconto di quella
colonizzazione, al contrario sono stati quasi la "guida" per i coloni
greci che si mettevano in viaggio alla volta dell'Italia meridionale
e della Sicilia. Secondo il Bérard i mitici viaggi raccontati
dall'Odissea sono l'effetto ed il ricordo di viaggi
effettuati dai Greci nei secoli precedenti nel Mediterraneo centrale
e soprattutto nel Tirreno, secondo le modalità di una
precolonizazione
greca in quell'area
geografica.
I viaggi di quella «precolonizzazione
greca» sono da attribuirsi in maniera preminente ai
Micenei, e quindi risalgono anche ai secoli XIII e
XII avanti Cristo. In linea di fatto le scoperte dell'archeologia
successive alla citata opera del Bérard hanno dato piena
ragione ed ampia conferma all'illustre studioso francese: reperti
micenei sono stati trovati e si vanno tuttora trovando in quasi tutte
le terre bagnate del Mediterraneo centrale, la Sardegna compresa \10\.
Rispetto a questi reperti micenei trovati di
recente in Sardegna a me sembra che non si debba pensare soltanto a
viaggi effettuati dai Miceni in Sardegna, probabilmente in cerca di
quei minerali che la nostra isola aveva in abbondanza, come dimostra
anche il fatto che essa, prima che venisse denominata Sardó dai Sardiani venuti da Sardeis della Lidia, veniva chiamata Argyróphlebs, ossia «Vena d'Argento»
\11\; ma si debba pensare anche ad una certa
frequentazione dei Sardi Nuragici nel Peloponneso, sede della
civiltà micenea, nei loro viaggi di andata e di ritorno che li
legavano alla madrepatria lidia \12\. I Greci di Micene, Argo, Tirinto, Pilo, ecc.
conoscevano pertanto da antica data la Sardegna ed i Sardi; ma li
conoscevano anche i Greci dell'isola di Creta e quelli dell'isola di
Cipro, come dimostrano in maniera incontrovertibile sia il
ritrovamente in Sardegna di ben 17 talenti di rame a forma di pelle
bovina distesa, del tutto simili a quelli trovati appunto a Creta ed
a Cipro, sia il ritrovamento in Sardegna della statuetta di bronzo di
Nule, che di certo raffigura il Minotauro sotto forma di toro con la testa umana
\13\.
Dunque, come dimostrano i reperti micenei rinvenuti nell'isola e
soprattutto i citati talenti di rame, sul piano cronologico
risulta del tutto certo che i
Greci conoscevano la Sardegna e la sua civiltà nuragica almeno
dal XIII secolo avanti Cristo.
D'altra parte è cosa abbastanza nota che i due poemi omerici
hanno trovato la loro sistemazione scritta e quasi definitiva nei
secoli VIII-VII a.C., ma conservavano e conservano il ricordo di
avvenimenti dei tre o quattro secoli precedenti, relativi per
l'appunto alla civiltà
micenea.
E traggo una prima conclusione dicendo: sia per le considerazioni di
carattere geografico sia per quelle di carattere archeologico e
cronologico or ora esposte, è pressoché impossibile
ritenere che il poeta che ha composto il Racconto di Ulisse nella corte di
Alcinoo non avesse alcuna
notizia della Sardegna, tanto nella sua posizione e configurazione
geografica quanto e soprattutto per la civiltà nuragica che
essa aveva prodotto ed ospitava. Ed a maggior ragione doveva egli
avere una certa conoscenza almeno indiretta della Sardegna nei suoi
aspetti geografici ed in quelli culturali sia per il fatto che la
civiltà
nuragica in effetti era
figlia di quella civiltà della Lidia, che era una terra
contigua alla patria di origine dei poemi omerici (la Ionia), sia per
il fatto che proprio nei secoli che vanno dal XIII all'VIII a.C. la
civiltà nuragica aveva raggiunto l'apice del suo sviluppo e
del suo splendore, non ancora toccato ed infirmato dall'arrivo dei
Fenici e dei Cartaginesi.
Senonché sta di fatto che l'Odissea - come ho già detto prima - non cita
mai la Sardegna. Come può pertanto essere superata questa
grossa e singolare incongruenza di carattere storico-documentario?
Può essere superata ritenendo e dicendo che il poeta
dell'Odissea cita effettivamente la Sardegna, ma non
chiamandola con la sua denominazione, quella che in seguito
diverrà tradizionale e definitiva, bensì con qualche
altra denominazione relativa ad una sua regione oppure ad una sua
popolazione. Ed è per l'appunto questo il mio punto di vista,
quello che mi appresto ad indicare e a dimostrare: il poeta dell'Odissea cita la Sardegna e la
sua civiltà nuragica quando parla della «Scherìa o
isola dei Feaci».
Una prima
importante considerazione: «la Scherìa o isola dei
Feaci», la loro civiltà e la corte del loro re Alcinoo
giocano un ruolo molto importante nell'Odissea, come dimostra chiaramente il fatto che la
parte più importante ed anche quella più bella del
poema viene dai moderni esegeti chiamata - come abbiamo visto sopra -
Viaggi di
Ulisse oppure Racconto nella corte di
Alcinoo. Ebbene questa
importanza del ruolo dell'isola dei Feaci, della sua popolazione e
della sua civiltà risulta del tutto congruente con la
importanza che la Sardegna con la sua «civiltà
nuragica» aveva nel Mediterraneo centrale nei secoli XIII-VIII.
Si consideri che per quei lontani secoli Giovanni Patroni ha definito
la Sardegna, in virtù della sua «civiltà
nuragica», «la perla
dell'occidente mediterraneo» \14\; si consideri che quella nuragica è
stata la prima grande civiltà non solamente dell'Italia ma
anche di tutto il bacino centro-occidentale del Mediterrano,
civiltà precedente di quattro secoli a quella
«civiltà etrusca», che troppi autori si ostinano a
definire la «prima civiltà dell'Italia» (d'altronde
molti sanno che io vado sostenendo da una quindicina d'anni che la
civiltà nuragica e quella etrusca erano geneticamente affini,
perché entrambe derivate e scaturite dalla civiltà
lidia, e che addirittura quella nuragica ha promosso il primo sorgere
di quella etrusca!). A ciò va aggiunto che
ha di certo un enorme significato storico la denominazione di mare
Tirreno acquistata dal bacino centrale del
Mediterraneo: la quale appunto deriva dall'etnico Tyrrhenói,
Tyrsenói, che
propriamente significava «Costruttori di torri», e questi
inizialmente erano i Sardi Nuragici, costruttori delle circa 6.000
«torri nuragiche» della Sardegna. Il mare Tirreno dunque dovette la sua denominazione al
predominio o «talassocrazia» che prima i Sardi Nuragici o
Tirreni della Sardegna e dopo anche i loro parenti Etruschi o Tirreni
d'Italia esercitarono a lungo su quel bacino del Mediterraneo
centrale \15\.
Dunque la descrizione abbastanza circostanziata, cordiale e perfino
ammirata che il poeta dell'Odissea fa del popolo dei Feaci e della sua
civiltà si adatta perfettamente alla importanza, alla
grandezza ed alla magnificenza della «civiltà
nuragica» della Sardegna, mentre non si vede a quale altro
popolo ed a quale altra civiltà del Mediterraneo centrale e
dei secoli XIII-VIII a.C. potesse essere riferita con ugualmente
esatta congruenza.
Numerosi interpreti greci dell'età classica
e di quella postclassica avevano identificato l'«isola dei
Feaci» descritta dall'Odissea con l'isola di Corcira, cioè con l'attuale Corfù
\16\. Senonché a tale identificazione si
oppongono quattro gravi difficoltà: 1ª) L'Odissea mette l'isola dei Feaci nel lontano occidente
mediterraneo, «lontano dagli uomini» e «in disparte,
ultimi nel molto ondoso mare» (Od., VI 8, 204-205) e questa di
certo non era la posizione geografica di Corcira, che invece è
vicinissima ad Itaca; 2ª) Non risulta per nulla che l'antica
Corcira abbia mai ospitato una civiltà di così alto
tenore, quale è quella dei Feaci descritta dal poeta
dell'Odissea; 3ª) Costui fa chiaramente intendere che
il popolo dei Feaci era molto civile ed avanzato, ma anche "altro" o
"diverso" e cioè xénos o «forestiero» rispetto alla etnia
greca, mentre ai Greci non risultava affatto che Corcira avesse mai
ospitato una civiltà dissimile o diversa da quella greca;
4ª) L'Odissea dice che nell'isola dei Feaci regnavano 12 re,
più Alcinoo, il 13° (Od., VIII 390-391); orbene è
da escludersi del tutto che nell'isola di Corcira potessero regnare
contemporaneamente 13 re, sia pure sovrani di altrettanti piccoli
regni. Infine non credo che si possa attribuire alcuna importanza al
fatto che nel racconto odisseico il viaggio di Ulisse dall'isola dei
Feaci ad Itaca sia durato una sola notte: in quel passo ci sono altre
numerose e grosse incongruenze: i Feaci che non svegliano l'eroe al
suo arrivo ad Itaca, che lo depositano sulla riva senza che egli se
ne accorga, che lo lasciano senza essersi accommiatati da lui, egli
che non riconosce la sua patria, ecc. La questione è che siamo
di fronte al passo di "raccordo" del Racconto di Ulisse nella corte di
Alcinoo con un altro
racconto, quasi certamente composto da un poeta differente, quello
denominato Vendetta di Ulisse
sui Proci, raccordo che
è stato rabberciato alla meno peggio da un terzo autore, il
tardo ordinatore del poema.
Uno degli argomenti che gli esegeti moderni mettono avanti per
sostenere che i due poemi cosiddetti "omerici" sono usciti dalle mani
di almeno due differenti poeti si ha nel fatto che
nell'Odissea, a differenza dell'Iliade, trova largo spazio l'elemento
soprannaturale, cioè magico e portentoso, costituito da
mostri, giganti, ciclopi, semidei, ecc. Di passaggio faccio notare
che questo elemento soprannaturale trovava nei tempi antichi le sue
ragioni di fondo in due fatti principali: da una parte l'esistenza
nei mari di fenomeni che in quei tempi risultavano del tutto
inspiegabili in termini razionali, quali correnti impetuose, vortici,
trombe marine, grotte profonde sulle coste, pesci mostruosi, ecc.,
dall'altra il tentativo dei mercanti delle varie etnie di allontanare
i concorrenti dalle diverse zone di commercio fruttuoso. Ebbene
questo elemento soprannaturale si incontra in quasi tutti gli episodi
che costituiscono altrettante tappe del viaggio di Ulisse, e
cioè i Lotofagi, Polifemo, Eolo, i Lestrigoni, Circe, il regno
dei Morti, le Sirene, le rupi erranti, Scilla e Cariddi, Calipso.
Tutto al contrario, nell'episodio relativo all'isola dei Feaci, che -
lo ripeto e ribadisco - gioca un ruolo di primissimo piano
nell'Odissea, l'elemento soprannaturale non compare quasi
mai. Nel racconto relativo all'isola dei Feaci ci sono, sì, i
tre episodi di Atena che si presenta ad Ulisse sotto le mentite
spoglie prima di una ragazza, dopo di un araldo ed infine di un
giudice di gara, ma questo modo di procedere della potente dea amica
di Ulisse si ritrova in tutta l'Odissea e si ritrova di frequente anche
nell'Iliade. Nel lungo Racconto di Ulisse nella corte di
Alcinoo un solo elemento
veramente magico e portentoso si incontra, ed è l'episodio
della nave dei Feaci che, al ritorno dal viaggio che aveva riportato
Ulisse ad Itaca, in vista ormai della terra da cui era partita, viene
da Poseidone irato contro i Feaci pietrificata e trasformata in
un'isola saldamente attaccata al fondo del mare. Ebbene quest'unico
episodio portentoso o miracoloso relativo ai Feaci, non solo non
distrugge né attenua il carattere realistico della descrizione
dell'isola dei Feaci e della loro civiltà fatta
dall'Odissea, ma addirittura finisce, come vedremo
più avanti, col costituire uno degli indizi più
consistenti a favore della realtà geografica e storica
dell'isola dei Feaci e del suo identificarsi con l'isola dei Sardi
Nuragici.
La descrizione dell'isola e del popolo dei Feaci,
come risulta fatta dal poeta del Racconto nella corte di
Alcinoo, non solo non
presenta elementi magici e portentosi, ma tutto al contrario è
realistica, precisa, abbastanza circostanziata ed inoltre presenta
elementi che danno al lettore la sensazione che si riferisca ad una
terra e ad un popolo realmente esistiti ed effettivamente conosciuti
- sia pure in maniera quasi di certo indiretta - dal poeta. Ed
infatti è stato giustamente affermato che «Sebbene remoti
e isolati (....), i Feaci saranno i primi uomini
che Odisseo incontrerà da quando ha perso i compagni, otto
anni prima» \17\. La stessa descrizione della ricchezza della
reggia di Alcinoo e quella del suo giardino hanno certamente la nota
della esagerazione, ma non quella del portentoso o miracoloso.
Nella descrizione dunque dell'isola dei Feaci si incontrano molti
elementi realistici, alcuni dei quali si stagliano in maniera esatta
e - direi - sorprendente con la realtà culturale dei Sardi
Nuragici, quale la archeologia e la storiografia moderne vanno
ricostruendo e delineando.
Il racconto relativo ai Feaci inizia con una importante notizia: essi
in origine abitavano altrove e rispetto alla Scherìa, lontana
terra circondata dal mare (Od., VI 204), risultavano nuovi arrivati
(Od., VI 4-10). Ed anche i Sardi Nuragici - come ho accennato prima -
in origine vivevano nella Lidia e nella loro nuova sede, la grande
isola del Mediterraneo centrale, risultavano nuovi arrivati.
Ripetutamente il poeta dice che i Feaci erano
grandi navigatori (Od., VI 270; VII 36, 108, 328; VIII 247, ecc.); ed
anche i Sardi Nuragici erano grandi navigatori, come dimostrano
l'essere arrivati in Sardegna dalla lontana Lidia, l'avere a lungo
mantenuto rapporti con la loro lontana madrepatria, l'avere
partecipato alle imprese che i «Popoli del Mare» fecero in
Egitto e in tutte le terre del Mediterraneo orientale, l'essersi
impadroniti delle Baleari, l'avere stabilito loro stanziamenti nella
Corsica meridionale, sulle coste della futura Etruria e su quelle
dell'Iberia nord-orientale, l'avere probabilmente tentato la
conquista di una grande isola nell'Oceano Atlantico - forse Madera -
impediti però dai Cartaginesi \18\.
Nel descrivere la reggia di Alcinoo, re dei Feaci, il poeta mette in
grande evidenza l'abbondanza di metalli preziosi con cui essa era
fatta e la ricchezza degli oggetti che vi erano contenuti (Od., VII
81-102). Ebbene l'intera civiltà nuragica è stata
caratterizzata dal largo uso dei metalli, dei quali i Nuragici si
sono dimostrati ottimi lavoratori; e questo in virtù del fatto
che tutta l'isola era, nell'intero Mediterraneo, uno dei maggiori
centri di produzione di metalli: argento, rame, piombo, zinco e
ferro, tanto che - come abbiamo visto sopra - prima di chiamarsi
Sardó per effetto dell'arrivo dei Sardiani della
Lidia, veniva chiamata Argyróphlebs, cioè «Vena d'Argento».
I Feaci conoscevano l'usanza dei giochi ginnici e
militari (Od., VIII 120 segg.); ed anche i Sardi Nuragici avevano
questa usanza, come dimostrano i bronzetti di pugili, di lottatori e
del cavaliere che tira d'arco inginocchiato sul dorso del cavallo
\19\.
I Feaci avevano una grande passione per la danza e addirittura si
vantavano di essere i migliori in questa attività diversiva
(Od., VIII 253); la loro danza poi prevedeva una catena di giovani di
forma circolare, al cui centro si metteva il suonatore che dava il
tempo per la danza (Od., VIII 262, 380). Ebbene, pure i Sardi hanno
sempre dimostrato e tuttora dimostrano vivissimo interesse e gusto al
loro ballo tradizionale, il quale prevede anch'esso una catena
circolare di giovani, al cui centro si metteva, fino all'inizio di
questo secolo XX, il suonatore delle antichissime launèddas o flauti multipli, che sono di probabile
origine lidia \20\, mentre attualmente si mette il suonatore di
fisarmonica.
Circa il sistema di governo dei Feaci il poeta
segnala che essi venivano retti da dodici re, mentre Alcinoo era il
tredicesimo (Od., VIII 390-391). Ebbene, anche per i Sardi Nuragici
giustamente si è parlato di un sistema di governo di forma
"cantonale" e cioè "federativa" delle varie popolazioni, le
quali venivano governate da altrettanti piccoli sovrani; rispetto ai
quali il capo supreno - probabilmente eletto soltanto in occasione di
guerre contro popoli invasori - risultava essere solamente un
primus inter
pares. Non solo, ma perfino
nel numero dei re che regnavano sui Feaci possiamo riscontrare una
nuova notazione realistica: perché risultavano essere 13 e
non, ad esempio, 12, che per tutta l'antichità e presso
numerosi popoli è stato un numero canonico e sacrale, in
dipendenza dal numero delle 12 lunazioni che si hanno in un anno
solare. In linea di fatto, dopo uno studio accurato fatto prima di
questo odierno, io ritengo di avere individuato ed elencato per
l'appunto 13
tribù o popolazioni
nuragiche: i Sarrapitani nel Sárrabus, i Rubresi in Ogliastra, i Galillesi nel Gerrèi, i Salchitani nel Sarcidanu, gli Alchitani presso San Nicolo d'Arcidanu e nelle pendici
del monte Arci, gli Ipsitani presso Fordongianus, i Giddilitani e gli Uddadhaddi presso Cuglieri, gli Iliesi
nella Barbagia di Ollolái, i Lesitani presso le terme di san Saturno di Benetutti,
i Lugudonesi o Logudoresi presso Oschiri, i Nurritani nella attuale Nurra oppure presso Nurri, i
Bálari presso Pérfugas \21\. Corrispondenza che - non lo si può
negare - è sorprendente e che non verrebbe meno neppure se
risultasse inferiore o superiore di qualche unità!
Il poeta dell'Odissea, parlando di Arete, moglie del re Alcinoo, si
dilunga nel parlare dell'alta stima e del grande prestigio che essa
godeva presso il marito e presso i sudditi, tanto che veniva
richiesta di pareri e perfino era solita dirimere le loro liti (Od.,
VII 65-74). D'altronde sia Nausicaa sia Atena consigliano ad Ulisse
di rivolgersi, per la richiesta di aiuto, prima e piuttosto ad Arete
che non ad Alcinoo (Od., VI 305-315; VII 53-54) ed inoltre l'ultimo
saluto di commiato Ulisse lo rivolge ad Arete e non ad Alcinoo (Od.,
XIII 59-62). E sono, queste, tutte notazioni che da una parte non
corrispondono affatto alla posizione che la donna aveva nel mondo
omerico e greco, dall'altra, al contrario, sembrano stagliarsi meglio
nella lunga tradizione dei Sardi, quella per cui in epoca medioevale
e fino a cinquant'anni fa nelle zone interne dell'isola c'era
l'usanza di denominare un individuo col nome della madre e non con
quello del padre \22\ ed inoltre nel grande prestigio che tuttora
ha la donna, soprattutto la madre, nel mondo agro-pastorale. Per la
figura della odisseica regina Arete si è parlato del ricordo
di un antichissimo matriarcato, ed anche per la Sardegna se ne deve,
almeno in una certa misura, ugualmente parlare.
Ho già detto che nel lungo
racconto dell'Odissea relativo ai Feaci esiste un solo elemento
magico-portentoso: la pietrificazione, effettuata da Poseidone irato,
della nave con cui i Feaci avevano riportato Ulisse nella sua patria
Itaca e la sua trasformazione in un'isola saldata al fondo del mare.
Ed ho pure anticipato che quest'unico elemento magico-portentoso del
lungo racconto odisseico in effetti costituisce uno degli indizi
più forti della realtà storica dei Feaci ed inoltre
della loro identificazione con i Sardi Nuragici.
Io sono dell'avviso che esista effettivamente lungo le coste della
Sardegna un'isola che poteva essere interpretata come una nave
pietrificata, e quest'isola è Tavolara.
Tavolara è un'isola dalla conformazione
geologica molto caratteristica, in virtù della quale essa si
impone in maniera immediata e vistosa ad un qualunque navigante vi
passi vicino e più che qualsiasi altra isola. Intanto è
un'isola molto lunga (circa 7 chilometri) e viceversa molto stretta
(poco più di 1 chilometro), inoltre è costituita da una
lunga cresta montana che si eleva quasi a picco sul mare,
raggiungendo la considerevole altezza di 564 metri nella Punta
Cannone \23\. Effettivamente l'isola di Tavolara poteva e
può dare l'impressione e l'immagine di una grande nave che sia
stata pietrificata nella sua veloce corsa sul mare, assieme al suo
apparato di grandi vele spiegate al vento. La sua lunga ed alta
cresta di montagna si presenta infatti frastagliata e mossa, per cui
l'immaginazione dello spettatore può essere spinta ad
intravedervi il susseguirsi e il vario muoversi di più vele.
Ma che l'isola di Tavolara si presenti effettivamente in questo modo
ai naviganti è dimostrato in maniera sorprendente soprattutto
da una precisa ed esatta circostanza: la sua appendice nord-orientale ha il nome di
«Punta su Timone»,
"il timone", evidentemente, di una nave!
Questa denominazione del piccolo promontorio di
Tavolara costituisce nel mio discorso una prova di straordinaria
importanza, dato che dimostra chiaramente che l'intera isola era
dagli antichi naviganti vista come una grande nave di pietra
calcarea, rispetto alla quale il suo piccolo promontorio
nord-orientale costituiva appunto il timone. Su questo argomento mi piace riportare
quanto ha scritto quell'acuto ed attentissimo studioso che era
Dionigi Panedda: «Se, tenendo presente la configurazione
orizzontale di Tavolara e del timone, si scorrono le illustrazioni
che, di navi dell'antichità e del medioevo, riportano
enciclopedie e pubblicazioni specializzate, non potranno non saltare
agli occhi le due somiglianze che corrono tra le dette navi e la
grande isola olbiese. L'una, la somiglianza tra lo strumento di
direzione di quelle antiche navi - il gubernaculum dei romani - e la configurazione sia
orizzontale che verticale del promontorio del Timone. L'altra, la
somiglianza tra la posizione dell'antico timone direzionale, rispetto
alle navi a cui veniva applicato, e la posizione del detto
promontorio, rispetto all'isola di Tavolara» \24\.
Dalla quale attenta considerazione del Panedda si deve dedurre che la
denominazione di Punta su
Timone deve essere molto
antica. Ed infatti c'è da considerare che per i naviganti
antichi, privi come erano dei moderni strumenti di orientamento
astronomico e radiogoniometrico, il riconoscere una determinata isola
o un determinato promontorio, con la sua esatta denominazione
derivante dalla figura che essi vi vedevano, era una questione di
enorme importanza, anche una questione di vita e di morte nel caso
che essi avessero cercato un approdo per sfuggire ad una tempesta.
D'altronde si sappia che perfino i pescatori odierni effettuano
triangolazioni visive rispetto a promontori o cime di monti di una
terra al fine di individuare zone del mare particolarmente ricche di
pesce e da loro tenute gelosamente nascoste.
Ovviamente, come non concedo nulla agli altri numerosi fatti
magico-miracolosi che compaiono nell'Odissea, così dichiaro di
non concedere nulla al "portento" della pietrificazione della nave
dei Feaci al loro ritorno da Itaca nella loro isola. Io semplicemente
interpreto che l'isola di Tavolara apparisse come una grande nave in
pietra, con le vele spiegate al vento e col suo timone a poppa sia ai
Feaci e cioè ai Sardi Nuragici, sia ai naviganti greci che
arrivavano in Sardegna per motivi di commercio oppure perché
sbattutivi dalle tempeste. Però nell'immaginazione e nei
racconti di questi naviganti greci l'isola di Tavolara finì
con l'essere interpretata come la nave dei Feaci che aveva riportato
Ulisse nella sua patria, ma che era stata pietrificata da Posidone
irato contro i Feaci stessi....
Ed esiste un altro particolare del racconto odisseico che si adatta
alla perfezione alla conformazione geologica e geografica dell'isola
di Tavolara: secondo il racconto dell'Odissea la nave dei Feaci fu pietrificata da
Poseidone nel suo viaggio di ritorno ed inoltre quando già
tutti gli abitanti della città la vedevano (Od., XIII 155). Ed
infatti, in primo luogo il fatto che la Punta su Timone e cioè la poppa della nave sia rivolta
a nord-est, cioè verso l'Italia, spingeva ad intendere che la
nave, quando era stata pietrificata, era sulla via di ritorno in
Sardegna, in secondo luogo l'isola di Tavolara era ed è
tuttora veduta da coloro che si trovino nella costa nord-orientale
della Sardegna....
L'aver identificato
la mitica nave pietrificata dei Feaci dell'epopea odisseica con la
reale e odierna isola di Tavolara ci consente di procedere ad un'altra
importante identificazione: la capitale dei Feaci, la città
del re Alcinoo, della regina Arete e della principessa Nausicaa, era
la città che in seguito, per effetto di uno stanziamento greco
molto più tardo, finì col chiamarsi Olbia....
Io respingo con decisione la tesi sostenuta di recente da un
archeologo secondo cui Olbia sarebbe stata fondata dai Cartaginesi
nel 350 a.C. \25\, e sostengo invece che non si possa dubitare
per nulla del fatto che il sito di Olbia fosse stato occupato in
epoca molto più antica già dai Sardi Nuragici. Lo
dimostra all'evidenza innanzi tutto il fatto che il retroterra
olbiense è risultato ricco di monumenti e reperti nuragici -
si pensi al pozzo sacro di sa
Testa ed inoltre al santuario
fortificato di Cabu Abbas
\26\ -, in secondo luogo la circostanza che ai
Nuragici non poteva sfuggire l'importanza enorme della baia di Olbia
come insenatura difesa dai venti e quindi adattissima alla pesca,
all'estrazione del sale ed alla navigazione.
Ebbene, anche la descrizione che il poeta
dell'Odissea fa della città di Alcinoo si adatta abbastanza
bene alla situazione geografica di Olbia. Il poeta del
Racconto di Ulisse nella corte
di Alcinoo dice che la
città dei Feaci aveva "dall'una e dall'altra parte un bel
porto, con una stretta entrata» (Od., VI, 263-264); il che fa
intendere che essa era situata su un piccola penisola che si infilava
nel mare \27\. Ebbene questa situazione corrisponde
esattamente a quella di Olbia, la quale, prima che venisse creato il
lungo molo artificiale che la unisce all'Isola Bianca per consentire
l'approdo delle moderne motonavi, aveva un lungo porto a forma di
ferro di cavallo, che andava dall'attuale Póltu Romanu, a nord, fino all'altro nella sua riva volta
a sud-est, Póltu
'Étzu \28\. La «stretta entrata» del porto
potrebbe essere quella del Póltu Romanu, che attualmente risulta scavalcata da un
ponte.
Inoltre il poeta dell'Odissea ci dice che la città aveva la
«agorá costruita di pietre trasportate e conficcate
nel terreno» (Od., VI 266-267): ed anche questa è una
notazione che si adatta perfettamente con le usanze costruttive dei
centri abitati della Sardegna settentrionale, nei quali le piazze
lastricate con granito sono una caratteristica inconfondibile.
Ma nel racconto fantastico fatto dall'Odissea dell'ira di Poseidone contro i Feaci
c'è un'altro particolare che probabilmente trova anch'esso una
esatta conferma nella conformazione della insenatura di Olbia:
racconta il poeta dell'Odissea che Poseidone ottenne da Zeus non solamente
il permesso di pietrificare la nave dei Feaci, ma anche quello di
nascondere la loro città con un grande monte (Od., VIII 569,
XIII 152, 158, 177, 183). È probabile che in questo
particolare del racconto ci sia un riferimento a quel promontorio
costituito dal Monte
Maladrommì, il quale
effettivamente chiude in parte la vista di Tavolara agli Olbiesi ed
inoltre sembra chiudere la insenatura di Olbia. Oppure nel citato
particolare odisseico può darsi che ci sia un riferimento alla
circostanza che l'imboccatura della baia di Olbia ha sempre
conosciuto il pericolo di essere interrata dai detriti del fiume
Padrogiano; tanto è vero che, per consentire il
passaggio delle moderne motonavi, l'imboccatura è stata spesso
sottoposta a dragaggio. Ed anche la circostanza per cui, mentre
Poseidone ottiene da Zeus il permesso di «nascondere la
città dei Feaci con un monte», alla fine sembra che egli
abbia accolto la preghiera dei Feaci stessi di non portare a
compimento la sua grave decisione (Od., XIII 182-183): non potrebbe
darsi che i naviganti greci che conoscevano effettivamente, per
averla praticata, l'antica capitale dei Feaci, si fossero accorti che
il pericolo dell'interramento della imboccatura della baia di Olbia
in certi periodi, a seconda del movimento delle onde e delle correnti
marine, era particolarmente grave, mentre in altri periodi lo era
molto di meno? Ed infatti risulta accertato che in seguito, in epoche
più recenti, l'imboccatura della baia di Olbia è stata
più o meno ostruita dai detriti del fiume Padrogiano;
tant'è vero che più volte è stata avanzata
l'idea di deviare il corso di questo fiumiciattolo per farlo sfociare
più ad est.
Infine il poeta del Racconto
nella corte di Alcinoo,
quando si dilunga nel presentare le meraviglie dell'orto-giardino del
sovrano, lascia intendere che l'intera zona fosse particolarmente
adatta alla agricoltura: di certo questo particolare non sembrerebbe
corrispondere alle attuali condizioni dell'agro dell'odierna Olbia,
ma potrebbe adattarsi alle condizioni dei tempi antichi, quando il
retroterra della città di certo sarà stato molto
più fertile di adesso, per il fatto che le acque che vi
confluivano saranno state molto più abbondanti e più
regolari di adesso in virtù del molto più vasto e
più denso manto boschivo dei monti circostanti. D'altra parte,
si dia una semplice occhiata all'odierno giardino della casa Tamponi
di Olbia, situato nelle immediate vicinanze del mare, e si provi a
negare che esso colpisce enormemente l'osservatore per la sua assai
varia e lussureggiante vegetazione.
Un'ultima considerazione e un'ultima domanda che mi propongo io
stesso: se fosse vero che effettivamente l'isola dei Feaci non era
altro che la Sardegna dell'età nuragica, per quale motivo il
poeta dell'Odissea parla dell'isola dei Feaci per l'appunto e
non affatto dell'isola dei Sardi? La facile risposta si potrebbe
trovare in una circostanza che ho indicato in precedenza: nella
Sardegna nuragica non è mai esistito un potere centrale ed una
capitale dell'intera isola. La Sardegna nuragica era fondata e
governata secondo un sistema cantonale o federativo di più
tribù o polazioni. Ebbene i Feaci saranno
stati i Sardi che vivevano nella zona che fa capo ad Olbia ed alla
sua baia. I Feaci ed il loro re Alcinoo avranno avuto una notevole
importanza nella Sardegna settentrionale, sia perché Olbia o -
meglio - il centro abitato nuragico che esisteva nell'attuale Olbia,
era aperto ai contatti marittimi col mondo italico e con quello
greco, sia perché avrà costituito un'importante base di
appoggio per tutti i naviganti che tentavano di attraversare
l'importantissima ma pericolosa via di mare che erano le Bocche di
Bonifacio, via che, ad esempio, portava alla foce del Rodano, dove
giungeva il tragitto continentale e fluviale che lo stagno delle
isole Cassiteridi e l'ambra dei paesi del Baltico seguivano per
arrivare nel Mediterraneo \29\.
Ed anche per questa precisa circostanza geografica non può
sussistere alcun fondato dubbio sul fatto che gli antichi Greci
conoscessero da epoca molto antica le coste nord-orientali della
Sardegna e quelle settentrionali che danno appunto sulle Bocche di
Bonifacio. Ebbene, in quella importante zona della Sardegna
nord-orientale i Feaci saranno stati la popolazione più
potente e più ricca, tanto che col nome della loro
Scherìa il poeta odisseico avrà preferito
indicare l'intera isola anziché con quello di Sardó, che con ulteriori svolgimenti
diventerà quello tradizionale e definitivo di Sardegna.
E c'è da aggiungere un'altra notazione prettamente
linguistica: anche l'etnico Feaci,
cioè Pháiakes, probabilmente dimostra di appartenere al
fondo linguistico nuragico, in virtù del suo suffisso
-ak, che si ritrova ad esempio, anche negli
appellativi protosardi neuláke «oleandro», nuráke «torre di pietra», ecc.
Concludo riassumendo quelli che mi sembrano essere i risultati effettivi della mia odierna ricerca:
1°) Dato che il mondo dell'Odissea risulta avere avuto come spazio geografico il Mediterraneo centrale e come tempo cronologico i secoli XIII-VIII a.C. e d'altra parte la Sardegna in quello spazio e in quel tempo risulta avere avuto un ruolo notevole e addirittura un primato culturale ed economico sulle altre terre circostanti, è pressoché assurdo ritenere che questa non abbia avuto un qualche ruolo anche in quel poema. Orbene, per spiegare ed eliminare la singolare circostanza e la strana incongruenza per cui l'Odissea non cita mai la Sardegna, si deve ritenere che il poeta abbia invece fatto preciso riferimento alla Sardegna, ma chiamandola in un altro modo, cioè Scherìa o isola dei Feaci. E questo mi sembra un risultato della mia ricerca che si presenta con un elevatissimo grado di probabilità.
2°) In virtù della conformazione geomorfica dell'isola di Tavolara, che sembra tuttora una "nave pietrificata" come quella mitica dei Feaci, si può pensare che questi fossero una delle popolazioni della Sardegna nord-orientale e che la loro capitale fosse quel centro abitato che più tardi si chiamerà Olbia. E questo secondo mi sembra un risultato della mia ricerca che si presenta con un discreto grado di probabilità.
Massimo Pittau
1 - Cfr. A. Heubeck, Omero, Odissea, I-V, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1981,
1982, 1983, 1984, 1985, vol. III, pag. XI.
2 - Paris, 1927-1929.
3 - Rispettivamente Tübingen, 1968;
München-Wien, 1983.
4 - Cfr. W. Marg, in «Gnomon», XLII,
1970, pagg. 225-237; A. Heubeck, art. e loc. cit.
5 - Così G. Chiarini, Odisseo. Il labirinto marino, Roma, 1991, pag. 55, (libro di esegesi
omerica pur'esso molto discutibile...).
6 - Cfr. i recenti studi: E. Cadoni,
Il Sardonios gelos: da Omero a Giovanni Francesco
Fara, in
«Sardinia
antiqua, studi in onore di P.
Meloni», Cagliari, 1992, pagg. 223-238; G. Paulis,
Le "ghiande marine" e l'erba
del riso sardonico negli autori greco-romani e nella tradizione
dialettale sarda, in
«Quaderni di Semantica», XIV, 1 giugno 1993, pagg.
9-50.
7 - Cfr. M. Pittau, La lingua dei Sardi Nuragici e degli
Etruschi, Sassari, 1981, pag.
33. Con la considerazione su fatta viene meno il sospetto che il
passo relativo al «riso sardanio» sia interpolato.
8 - Cfr. Platonis dialogi, curante C.F. Hermann, Lipsia, 1877,
scholia in
Timaeum 25 B.
9 - Paris, 1957; tradotta in italiano col
titolo La Magna
Grecia, Torino 1963, VII
ediz., cap. VIII.
10 - Cfr. M.L. Ferrarese Ceruti, Ceramica micenea in Sardegna, in «Rivista di Scienze
Preistoriche», XXXIV, 1979, fasc. 1/2, pagg. 243-252; Eadem,
Documenti micenei nella
Sardegna meridionale, in
Autori Vari, Ichnussa - La
Sardegna dalle origini all'età classica, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano,
1981, pagg. 605-612; F. Lo Schiavo, in «Archeologia viva»,
XII, 35, gennaio/febbraio 1993, pagg. 14-16.
11 - Cfr. nota 8.
12 - Cfr. M. Pittau Origine e parentela dei Sardi e degli
Etruschi. Saggio storico-linguistico, Sassari, 1994, Delfino Editore, §
39.
13 - Cfr. M. Pittau, op. cit., §§ 41, 46.
14 - G. Patroni, La Preistoria, Milano, 1951_, pag. 474. Cfr. E.
Pais, Sardegna prima del
dominio romano, in «Atti
della R. Accademia dei Lincei», VII, 1880-1881 (ristampa
anastatica, Cagliari, ediz. Trois, senza data), pagg. 300-301.
15 - Cfr. M. Pittau, La lingua dei Sardi Nuragici e degli
Etruschi, Sassari, 1981,
§ 9 e pag. 266; M. Pittau, Lessico Etrusco-Latino comparato col
Nuragico, Sassari, 1984,
pagg. 18-19.
16 - Cfr. J. Bérard, op. cit., pag. 311, con relative citazioni antiche
nella nota 25.
17 - Così J.B. Hainsworth,
Omero, Odissea cit., vol. II (1982), pag. 183.
18 - Cfr. M. Pittau, op. cit., §§ 49-51, 63.
19 - Cfr. M. Pittau, op. cit., § 61.
20 - Cfr. M. Pittau, Lessico Etrusco-Latino cit, pagg. 61-63.
21 - M. Pittau, Origine e parentela ecc. cit., § 25. Per i Salchitani e gli Alchitani vedi M. Pittau, Studi Sardi di linguistica e
storia, Pisa, 1958, cap. III.
Lascio cadere i Campitani (= attuali Campidanesi) perché la loro denominazione mi
sembra che avesse solo un valore geografico, ed i Tibulati, che probabilmente erano soltanto gli
abitanti di Tibula =
Castelsardo (vedi M. Pittau,
Castelsardo-Tibula, in «La Grotta della Vipera»,
Cagliari, 1987, num. 38/39, pagg. 53-55). Per i Còrsi della Gallura esiste qualche dubbio,
perché, nonostante che fonti piuttosto recenti li facciano
venire dalla Corsica, anch'essi potrebbero essere stati una
tribù sardo-nuragica, i quali, sbarcati in epoca antica in
Corsica, le avrebbero dato il nome e sarebbero vissuti a cavallo
delle due isole (op. cit., § 49.).
Ritenere che i Nurritani fossero gli abitanti dell'antica città
di Nura e cioè della attuale Nurra
oppure, in subordine, dell'attuale villaggio di Nurri,
sulle pendici meridionali del massiccio del Gennargentu, mi sembra
molto più verosimile che non ritenere che fossero gli abitanti
della zona di Núoro. Questa seconda ipotesi è stata
sostenuta in base ad un cippo terminale rinvenuto presso Orotelli,
che porta la dicitura FIN
NURR, la quale è stata
interpretata come FINES
NURRITANORUM [cfr. M. Bonello
Lai, in La Tavola di
Esterzili, Atti del
«Convegno di studi, Esterzili, 13 giugno 1992» (Sassari,
1993) pagg. 175-177]. Io invece interpreto questa scritta come
FINES
NURDOLENSIUM «confini
dei Nurdolesi», ossia di un villaggio Nurdòle, che esisteva ancora nel Medioevo
(CSP 43, 194, 195, 269, 270,
324) e di cui rimangono
ancora il toponimo ed inoltre i resti ad una decina di chilometri dal
luogo di rinvenimento del cippo, nella medesima lunga e larga vallata
che porta dal fiume Tirso a Núoro.
22 - Cfr. G. Spano, nel «Bullettino
Archeologico Sardo», III (1857), pagg. 169-170; G.D. Serra,
Etruschi e Latini in
Sardegna, in
«Mélanges de philologie romane offerts a M.Karl
Michaèlsson», Göteborg, 1952, pag. 412; S. Satta,
Il giorno del
giudizio, Padova, 1977, I
ediz., passim; M. Pittau, Origine e parentela ecc. cit., § 30.
23 - Cfr. E. De Felice, Le coste della Sardegna. Saggio toponomastico
storico-descrittivo,
Cagliari, 1964, pagg. 31-32; A. Papurello Ciabattini, Il profilo geografico di Tavolara.
Sardegna, Cagliari, 1973; D.
Panedda, I nomi geografici
dell'agro di Olbia, Sassari,
1991, pagg. 614-615.
24 - D. Panedda, op. cit., pag. 625, num. 2161. Numerose
raffigurazioni di navi antiche si trovano nel libro di O.
Höckmann, Antike
Seefahrt, München, 1985,
trad. ital. La navigazione nel
mondo antico, Milano,
1988.
25 - R. D'Oriano, in Autori Vari,
Olbia e il suo territorio -
Storia e archeologia, Olbia,
1991, pag. 53.
26 - Cfr. la stessa op. cit., Olbia e il suo territorio, pagg. 35-49.
27 - «Il luogo è pensato come una
penisola con insenature portuali su entrambi i lati dell'istmo»,
così J.B. Hainsworth, op. cit., pag. 221, a proposito di Od., VII 43.
28 - Cfr. D. Panedda, op. cit., pag. 475 num. 1663 bis e pag. 476 num.
1668.
29 - Cfr. M. Pittau, Origine e parentela ecc. cit., § 52.
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