di H. J. Wolf*
Il docente dell'Università di Bonn ormai opera con tutta
autorevolezza nel campo della linguistica sarda, contribuendo anche
lui ad allargarne e approfondirne gli sviluppi, anche al di sopra dei
livelli elevatissimi nei quali il grande Max Leopold Wagner aveva
portato questa branca della linguistica neolatina. Nel Wolf studioso
di linguistica sarda mi piace sottolineare sia l'ampiezza di
documentazione, conseguita quasi sempre con approfondite ricerche sul
campo, sia la profonda conoscenza dello sviluppo storico della lingua
sarda e delle altre neolatine, sia infine la moderazione delle
sue proposte etimologiche, molto distante da quelle fondate su
"alchimie o lambiccature fonetiche e semantiche", che purtroppo
stanno di nuovo venendo fuori anche sulla lingua sarda, nonostante il
preciso e differente insegnamento del Wagner.
Come dice il sottotitolo del libro, abbiamo di fronte una miscellanea
di studi che il Wolf aveva pubblicato in precedenza, in tedesco o in
francese, mentre ora sono stati presentati in italiano ed anche
aggiornati e qua e là modificati. Procedo ad esaminare quegli
studi citandoli col loro rispettivo titolo.
1. Mutamento fonetico a Ovodda; f- > h-. Mi sembra
esatta la esposizione descrittiva e la spiegazione storica della
scomparsa della originaria consonante iniziale lat. f- nei
suddialetti del Centro montano ed in maniera particolare della
Barbagia di Ollolai prospettate dal Wolf; e mi sembra anche
convincente la sua spiegazione come avvenuta attraverso una
precedente spirantizzazione: f- > h- > Ø. Inoltre
condivido e rafforzo il dubbio del Wolf circa il parere del Wagner,
secondo cui il fenomeno della scomparsa della f- sia
avvenuto in passato anche a Nùoro. Io sono dell'avviso
che, se Nùoro è l'unica località in cui
la scomparsa della f- non si è mai verificata,
ciò è dipeso della circostanza che in tutta la zona
Nùoro è stata la località che ha conosciuto un
più forte processo di latinizzazione. Ho già avuto modo
di scrivere che, essendo Nùoro nello spartiacque tra la valle
del Tirso e quella del Cedrino e in posizione intermedia fra
l'altipiano di Buddusò e il massiccio del Gennargentu, in
questo sito si sono stanziati più a lungo i presidi militari
di Roma (M. Pittau, L'origine di Nùoro - i
toponimi della città e del suo territorio,
Nùoro, 1996, pag. 20). E mi sembra di avere di recente anche
individuato il sito esatto in cui si sistemavano i presidi romani:
nella zona piana di Corte (toponimo derivato dal lat.
cohors, cohortis e senza articolo determinativo!).
Ma ancora più importante mi sembra la considerazione ultima
con la quale il Wolf ha chiuso il suo studio: "Prendo le distanze da
quella spiegazione - apparentemente così plausibile - della
perdita della f- che attribuisce il rigetto del suono per
ragioni legate al sostrato e concordo con Contini nel
considerare tale trasformazione fonetica...".
2. La cipolla sarda. Io non ritengo che l'esistenza in
Sardegna e precisamente nella sua zona più conservativa, che
è il Centro montano, del doppione
kepúdda/kipúdda "cipolla" ci induca a ritenere
che ciascuna variante sia l'effetto dell'arrivo successivo di due
differenti basi latine: cepulla e *cipulla. Infatti
l'alternanza delle due vocali pretoniche si spiega esattamente alla
luce di una norma di fonetica storica che il Wagner aveva appena
intravisto ed accennato, mentre io ho esattamente teorizzato
nel seguente modo: "Quando nei vocaboli le vocali e ed
o sono pretoniche rispetto alle vocali i od u
toniche, (...), allora possono trasformarsi appunto in queste
ultime vocali rispettivamente, caratterizzandosi pertanto come
"vocali mobili"" (M. Pittau, Grammatica della Lingua Sarda -
varietà logudorese, Sassari, 1991, § 21).
D'altra parte, siccome questo fenomeno fonetico si constata a grandi
linee anche nel toscano ed in altre lingue neolatine, condivido la
tesi del Wolf secondo cui è molto probabile che esso esistesse
già nel latino parlato. (Però non si possono
richiamare i doppioni lat. elex/ilex, fornus/furnus,
ianua/ienua, perché in questi le vocali sono toniche e non
pretoniche).
3. I numerali barbaricini ed altri. Su questo argomento ritengo che il Wolf sia stato impreciso nel parlare di "prestiti logudoresi e campidanesi" nel sistema barbaricino dei numerali; avrebbe detto meglio "adeguamenti fonetici sul logudorese e sul campidanese".
4. Fonne e sa declinatzione barbaritzina. Nulla da obiettare.
5. Barb. trégere, baron. irdérgere. Il Wolf ha il merito di aver individuato nel dialetto barb. il corrispondente del lat. tergere, e precisamente trégere sos prattos "asciugare i piatti". Io aggiungo queste altre varianti: thèrghere (Bitti, Orune), attèrghere (Nùoro) "ingoiare, ingozzarsi, trangugiare" (evidentemente attraverso la frase thèrghere su prattu "pulire il piatto").
6. Sardo isérgere, sardo antico ergere. Tutto esatto
quanto dice il Wolf. Ed io aggiungo, contro il Wagner, che (s')
érgere, participio érgi(t)u, "levarsi,
muoversi" esiste tuttora a Bitti e a Dorgali.
Inoltre anche io respingo con decisione l'idea di un influsso
bizantino su un verbo del sardo centro-barbaricino come questo.
7. Lat. vitellus e il tuorlo. La tesi del Wolf, secondo cui il sardo ovideddu continuerebbe il lat. ovi vitellus è senz'altro allettante, però a me sembra meno ovvia dell'altra del Meyer Lübke e del Wagner: dal lat. vitellus ´ ovum (REW 9387; DES II 199).
8. Su grámene, o s'importántzia de istudiare sos
dialetos sardos. A prescindere dalla considerazione generale che
non si può non condividere del tutto, è da segnalare il
rinvenimento effettuato dal Wolf di un fitonimo sicuramente preromano
che il Wagner non conosceva: orgoddásile (Ollolai),
oroddásile (Olzai), oroddásu (Ovodda),
noroddásile (Gavoi) "gramigna" (Cynodon dactylon
Pers.). A me sembra che sia da riportare ad orga, orghe
"polla d'acqua, zampillo, sorgente", orgosa "terreno
umido, acquitrinoso" e da intendersi come "pianta dei terreni umidi",
ed inoltre sia differente da ollásu (Perdasdefogu,
Villaputzu), alasu (Ogliastra) "gramigna".
Quest'ultimo invece è da riportare all'altro fitonimo
aláse, alási(u), alásu, olási,
ollásu "agrifoglio" (Ilex aquifolium L.) oppure
"pungitopo" (Ruscus aculeatus L.). La connessione fra queste
tre piante, per se stesse differentissime, può, a mio avviso,
trovare la sua spiegazione nella circostanza che esse hanno in comune
la caratteristica di essere "spinose".
Il Wolf confessa di incontrare difficoltà nello spiegare la
differenza tra la forma lunga oroddásu e quella corta
ollásu: la difficoltà per me non esiste
perché si tratta di due fitonimi differenti. In ogni modo a me
sembra che si debba precisare un fatto importante: le norme di
fonetica storica del sardo come lingua neolatina (quelle
luminosamente esposte dal Wagner nella sua Historische Lautlehre
des Sardischen), debbono essere di certo
applicate anche ai relitti del sostrato prelatino, ma non in maniera
rigida e soprattutto non con valore dirimente. Una volta io
chiesi al Wagner come mai il toponimo prelatino
Ollollái non si fosse trasformato in
*Oddoddái, ed egli mi rispose: "Che in certi toponimi
l' -LL- si conservi (Ollolái, ecc.), non fa
specie, giacché questi sono certamente toponimi del sostrato
antico, e non è detto che debbano rispondere alle esigenze
della fonetica latino-sarda" (lettera del 22/3/1959).
9. Una voce ereditaria sconosciuta: méskrinu. Scrive testualmente il Wolf: "méskrinu 'blu' (...) si potrebbe pensare all'ispanismo mescla (< sp. mezcla) 'mistura', e un originario 'colore misto' non sarebbe impossibile. Mancano però dei casi paralleli (...). Inoltre nella Barbagia non ho registrato meskla". E invece il vocabolo esiste in un villaggio grandemente conservativo, Lodè, dove si dice meskra "mistura", da cui la derivazione di méskrinu è del tutto pacifica, come da dzállu "giallo" è derivato dzál(l)inu "giallino".
10. Sd. trínu - tríginu. Esatta la spiegazione prospettata per questo aggettivo che significa "striato, variegato, pezzato scuro, bruno, grigio-a", dal lat. tigrinus "tigrato, striato come il mantello della tigre"; e pure esatta quella del verbo che ne è derivato intriginare, intriginiqare, intirinare, interinare, interiginare "imbrunire, farsi notte".
11. Muri, rovine e sa maqerína. La derivazione del sardo makkarína, makkerína, maqarína, maqerína, meqerína, magarína "nicchiola sul muro di una capanna o d'una casa per ripostiglio" dal lat. maceria "muro a secco, moriccia" mi sembra parecchio stiracchiata sia sul piano fonetico che su quello semantico; per cui personalmente preferisco connettere l'appellativo sardo col lat. macula, che significava in primo luogo "buco, lacuna" e dal quale è derivato il lomb. mágia "finestra" (REW 5212).
12. Lat. testu: indigeno anche in Sardegna. Del tutto convincente questa tesi del Wolf.
13. I significati di barb. qíngere < lat. cingere. Anche a NNùoro esiste o, meglio, esisteva (s') iskíngere "togliersi il costume di gala".
14. Etimologia di kringóne. Esatta: kringóne "avaro" (Fonni, Orgosolo) è un accrescitivo e peggiorativo di krínga, kíngra "cinghia", dal lat. cing(u)la, letteralmente "che stringe la cinghia o la borsa" (senza etimo nel DES I 405).
15. Sardo sirbóne - ovodd. surbóne e l'etimologia. Io escludo che il sardo silvòne, sirvòne, sirbòne "cinghiale" derivi, come sostengono il Wagner e il Wolf, dal lat. subulone(m) "fusone, cerbiatto con corna non ancora ramificate", per due importanti ragioni: 1ª) Questo vocabolo latino ha regolarmente dato in sardo sulone "cerbiatto"; 2ª) Sino ad un secolo fa i Sardi erano in continuo contatto anche con gli animali selvatici, dato che li cacciavano tutti i giorni dell'anno; ragion per cui mai avrebbero confuso un cinghiale con un cerbiatto ed attribuito al primo il nome del secondo. A mio giudizio invece silvòne, sirvòne, sirbòne deriva da silva, sirba "selva" + -one, suffisso accrescitivo e peggiorativo, col significato effettivo di "porco selvatico". Lo confermano chiarissimamente le altre due denominazioni che abbiamo di questo animale: pórcu de silba/sirba "porco di selva, porco selvatico", e mardi 'e sirba "cinghiala o femmina del cinghiale" (Desulo), letteralmente "scrofa di selva, scrofa selvatica". [Esiste anche sirva, silba "cinghiala", tratto da sirvòne come murva, mufra da murvòne, mufròne "muflone" (LS 104, DES II 443)]. La variante surbòne trovata dal Wolf ad Ovodda non si oppone per nulla a queste mie argomentazioni.
16. I significati di surbadura. Esatta la spiegazione etimologica del Wolf: survadura, surbadura (f.) "ragno", "insetto con pungiglione" (barb.), da un lat. *subulare "pungere", a sua volta da subula "lesina", col significato originario di "puntura" per il vocabolo sardo (senza etimo nel DES II 450).
17. Barb. avédda e indédda, avèrbios non connotos. Bella la spiegazione del Wolf: abédda, avédda "lontano" (barb.), dal lat. ab(e) + illac; indédda (barb.), innedda, inedda (centr.) "lontano", dal lat. inde + illac.
18. Sos sambenaos de Ovodda. Interessante analisi di antroponomastica relativa ai cognomi di uno dei villaggi più isolati e caratteristi della Sardegna centrale.
19. Unica nel campo romanzo: la microtoponomastica sarda
(Ollolai, Olzai, Ovodda). È questo lo studio senza alcun
dubbio più importante del Wolf, del quale non potrà non
tenere il dovuto conto chiunque affronterà il tema difficile e
scottante del sostrato prelatino della Sardegna. Due cose mi sembrano
particolarmente da sottolineare: da una parte l'allarme lanciato dal
Wolf circa il modo veramente pietoso in cui i toponimi della Barbagia
sono stati trascritti nelle carte del Catasto pubblico ed in quelle
dell'Istituto Geografico Militare, assieme con l'invito a
procedere alla revisione di quelle trascrizioni in base alla
effettiva pronunzia locale, prima che questa sparisca del tutto dalla
bocca dei parlanti. Dall'altra parte la sottolineatura per cui la
Barbagia costituisce una zona assolutamente unica in tutta la
Romania, zona in cui si registra la più alta percentuale di
toponimi prelatini: addirittura il 44,7%.
Questi toponimi il Wolf li definisce e chiama anche "preindoeuropei",
adeguandosi ad un luogo comune che però resta tutto da
dimostrare. Molto più prudente è stato il maestro della
linguistica sarda, M. L. Wagner, quando si è limitato a
definirli semplicemente "prelatini o preromani".
Circa la mia etimologia di Núgoro (Núoro) = "(i)
noci", che il Wolf definisce - sia pure col massimo rispetto -
"infelice", mi permetto di trascrivere quanto il Wagner mi aveva
scritto in una lettera del 21/12/1956: "Ammetto che così la
Sua spiegazione di Núgoro diventa più
plausibile".
In ogni modo dico di giudicare quasi tutte esatte le osservazioni
critiche che il Wolf ha fatto per il mio studio intitolato
Raccolta di toponimi ibridi. Io mi difendo dicendo solamente
che si tratta di un mio lavoro giovanile... (anno 1958).
MASSIMO PITTAU
*H. J. Wolf, Studi barbaricini - Miscellanea di saggi di linguistica sarda, Cagliari, Edizioni della Torre, 1992, pagg. 183.
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