Faccio riferimento alla recensione che, nell'ultimo fascicolo di
questa "Rivista Italiana di Onomastica", H. J. Wolf ha fatto del mio
libro I nomi di paesi città regioni monti fiumi della
Sardegna - significato e origine, Cagliari 1997, E. Gasperini
Editore, e dico che, nonostante che tale recensione termini con la
considerazione che "le livre de M. Pittau est un livre important
à plus d'un égard e qui constitue un gran pas en avant,
en particulier par rapport au Dizionario toponomastico
national", non mi piace in larga misura per il fatto che essa
è il frutto di una lettura affrettata e disattenta di
questo mio libro (ed anche degli altri) da parte del recensore.
Premetto che sarò alquanto lungo in questo mio intervento non
soltanto perché molto lunga è stata la citata
recensione, ma anche perché accennerò a questioni di
metodologia toponomastica, alle quali avranno di certo interesse i
lettori della presente rivista.
Alla maniera dei neogrammatici di vecchio stampo e della più
stretta osservanza, in linea generale il Wolf assume il ruolo di
paladino delle "leggi o norme" della fonetica storica del sardo come
lingua neolatina, come se io fossi un sistematico attentatore di
esse; però sorvola su queste tre consapute circostanze: a)
Anche nel sardo, nonostante la sua nota conservatività, non di
rado si constatano - come in tutte le altre lingue - forti scarti e
fratture rispetto alle "norme di fonetica storica", che finora non
sono stati spiegati da nessuno; b) È cosa abbastanza nota che
i toponimi spesso si estraneano dai normali svolgimenti fonetici di
una data lingua; c) Come ha scritto M. L. Wagner, non è lecito
applicare, sic et simpliciter, le norme di fonetica storia del
sardo come lingua neolatina, anche ai relitti del sostrato prelatino.
E in virtù di queste tre circostanze io dico che molte
delle critiche che mi ha mosso il Wolf non hanno una effettiva
ragione d'essere.
In via particolare dico che la serie dei fonemi barbaricino
th, logudorese t, campidanese ts, sardo
s- è molto meno rigida di quanto il W. ritenga: le
eccezioni sono numerose nel sardo ed anche nei relitti del sostrato
prelatino; ragion per cui niente si oppone, foneticamente, alla
connessione dei toponimi Issiría e Síbiri
rispettivamente ai fitonimi thiría "ginestra spinosa" e
tzíppiri "rosmarino", nonché alla
possibilità di ritenere il topon. Sennariólu
diminutivo dell'altro prelatino Tinnúra (i rispettivi
paesini distano fra loro soltanto 7 chilometri).
D'altronde, nonostante la sua strenua difesa delle "norme fonetiche",
lo stesso W. si concede anche delle licenze, ad es. facendo derivare
- niente di meno - il topon. Sédilo dal participio
séttiu "seduto"!
Il W. mi rimprovera di non aver discusso tutte le proposte
etimologiche precedenti. Io rispondo che ho proceduto in questo modo
per il fatto che il mio si caratterizza come un Dizionario e
nella massima parte dei Dizionari si propone una etimologia, senza
discutere quelle precedenti, che implicitamente vengono
respinte.
Ancora il W. mi rimprovera di non avere citato sempre tutte le
forme dei toponimi come compaiono nei documenti medioevali sardi,
cioè i Condaghes e le Rationes Decimarum Italiae -
Sardinia. Io rispondo che ho tralasciato di citarle tutte le
volte in cui non mi è parso necessario farlo. Le singole voci
di questo mio Dizionario toponomastico infatti non sono altrettanti
"studi di rivista scientifica". Inoltre, per le varie forme dei
toponimi delle Rationes, è noto agli specialisti che
molte sono veramente pasticciate, sia perché trasformate ai
sensi del latino medioevale di quei documenti, sia a causa di errata
lettura da parte degli antichi copisti e probabilmente anche del
moderno editore Pietro Sella (cfr. lo stesso Wolf, in RLiR, 56,
1992, 553). Anzi in proposito dico che mi stupisce non poco il
constatare che invece il W. spesso dimostra troppa fiducia nelle
forme dei toponimi registrate nelle Rationes.
Io non ho citato un articolo del 1928 che connetteva il topon. sardo
Gavói con altri delle Alpi, Liguria, Provenza e
Pirenei, per il fatto che lo ritengo del tutto campato in aria.
Questo articolo appartiene a quella che io ho definito "linguistica
meteorologica", quella che, parlando di correnti linguistiche che si
incrocerebbero da ovest ad est e da nord a sud e viceversa in una
regione, senza alcun riferimento a documenti storici o almeno
archeologici, spiega o si illude di spiegare la storia linguistica
della regione, nella maniera in cui i meteorologi spiegano, nei
nostri televisori, lo spostamento delle grandi masse di aria sui mari
e sui continenti. Inoltre dico che mi stupisce pure che il W. abbia
fatto buon viso alla connessione del sardo Gavói di
due soli fonemi (dato che la pronunzia effettiva è
Gabhói) alla radice *gav- di toponimi delle
Alpi, Liguria, Provenza e Pirenei, mentre ha respinto la mia
derivazione dell'altro topon. Semèstene dal lat.
semestre, fra i quali c'è la convergenza di ben
sette fonemi (la forma medioevale Semeston può
essere spiegata come una reinterpretazione bizantina effettuata da
quei monaci bizantini che hanno portato il Cristianesimo in tutta la
Sardegna interna e quindi anche nel monastero di San Nicola di
Trullas presso Semestene). Ancora: ammesso ma non concesso che la
forma di Lanaíthu da me citata, accanto all'altra
Lanaítho, sia errata, è mai possibile che il W.
respinga la mia connessione di questo topon. con l'appell. nuorese
lanaíthu "lanugine, peluria" (< lat. lanificium;
DES II 10), per la diversità di un solo fonema rispetto
agli altri sei uguali?
Il mio recensore continua a chiamare "paleosardo" la lingua che i
Sardi parlavano prima della loro latinizzazione linguistica, ossia la
lingua di cui si trovano in Sardegna non pochi relitti lessicali e
soprattutto toponimici. Ma io ho fatto osservare (pag. 10), che
"paleosardo" è una denominazione deviante ed ambigua, dato che
potrebbe significare meglio "sardo antico", cioè "sardo
medioevale", differente ed opposto al "neosardo", che sarebbe il
sardo moderno od attuale. Io pertanto ormai preferisco parlare di
"relitti del sostrato sardiano", con una distinzione tra
"sardo" e "sardiano" analoga a quella adoperata da Gian
Battista Pellegrini nella nota distinzione che egli ha fatto tra
"veneto" e "venetico" (i Greci chiamavano gli abitanti
della Sardegna anche Sardianói).
Il W. non sopporta che io definisca più d'uno dei vocaboli
sardiani "da confrontare - non come derivato, bensì come
imparentato geneticamente - con un vocabolo latino". Orbene, quale
obiezione può egli muovere alla mia tesi, ad es., secondo cui
il sardiano bítturu, bítteru, bíttaru-a,
(mediev.) bituru, bicturu "cerbiatto, dainotto,
caprioletto-a" ed anche "vitello,-ino-a" (Dorgali, Irgoli,
Nùoro, Sarule, Anela, Milis) è da confrontare col lat.
vitulus "vitello"? e il sardiano golléi,
(g)olléi, gul(l)éi "colle, piccolo altipiano" col
lat. collis "colle, collina, altura"? e
thulungròne "lombrico" col lat.
lumbricus? Fra i tre vocaboli sardiani e i corrispondenti
latini - dai quali i primi sicuramente non sono derivati! -
c'è una notevole convergenza fonetica e una totale convergenza
semantica.
Il W. respinge quasi con fastidio la mia tesi di un cospicuo numero
di vocaboli etruschi entrati nel lessico latino; io lo invito a
leggere il vecchio ma importante studio di A. Ernout, Les
éléments étrusques du vocabulaire latin, in
"Bull. de la Soc. de Ling.", XXX, 1930, pag. 82 segg., poi nel vol.
Philologica, I, Paris, 1946, pagg. 21-51, nonché il
recente G. Breyer, Etruskisches Sprachgut im
Lateinischen unter Ausschluss des Spezifisch Onomastischen Bereiches,
Leuven, 1993, e così probabilmente cambierà
parere.
Non capisco i dubbi - non sostenuti da alcun ragionamento - del W.
circa la mia adesione alla tesi del carattere indoeuropeo della
lingua etrusca: egli non dovrebbe ignorare che sono in buona ed anche
ottima compagnia di altri linguisti in questa tesi, alla quale mi
lusingo di aver apportato non poche altre prove (ad es. quella
relativa - niente di meno! - ai numerali della prima decina). Nel mio
libro La Lingua Etrusca - grammatica e lessico (Nùoro,
1997, ediz. Papiros-Insula), ho scritto testualmente: "In
linea generale ci sembra di poter interpretare che, se fino al
presente la inclusione dell'etrusco nella famiglia delle lingue
indoeuropee non è stata una cosa né facile né
pacifica, ciò è dipeso soprattutto dalla circostanza
che si è proceduto a comparare l'etrusco in misura prevalente
col latino, cioè una lingua indoeuropea fortemente evoluta con
un'altra fortemente conservativa. Sull'argomento pertanto si è
proceduto come se, nell'ambito della famiglia delle lingue neolatine,
si fosse fatta la comparazione tra quella lingua fortemente evoluta
che è il francese con quella fortemente conservativa che
è il sardo...". Con la quale considerazione cade l'obiezione
del W., a prima vista molto solida, circa una mia forte
contraddizione: un vocabolo sardiano oppure uno etrusco può
ben appartenere ad una lingua indoeuropea anche se non trova
riscontro né nel latino né nel greco... In ciascuna
delle lingue indoeuropee esistono vocaboli che, per deficienza di
documentazione, non trovano riscontro nelle altre.
A proposito della mia tesi della venuta pure dei Sardi dalla
anatolica Lidia, non vale oppormi il materiale documentario della
lingua lidia quale compare nel Lydisches Wörterbuch di R.
Gusmani: io ho già spiegato in due miei libri precedenti che
del lidio conserviamo soltanto circa 60 iscrizioni, tutte religiose o
funerarie ed inoltre di epoca recente, ragion per cui è
estremamente improbabile trovare riscontri coi relitti sardiani, che
sono quasi tutti fitonimi o termini geomorfici.
Il W. mi critica perché faccio gli accostamenti linguistici
fra il sardiano, l'etrusco e il lidio in base alle testimonianze di
storici antichi: e questo gli sembra poco? e questo è un
demerito o una colpa? La connessione fra il lidio e l'etrusco
è fondata sulla notizia della migrazione degli Etruschi dalla
Lidia in Italia, notizia data da Erodoto e confermata da altri 30
autori antichi, contraddetta dal solo Dionisio di Alicarnasso.
La notizia poi di Erodoto, secondo cui i Lidi una volta trasferitisi
in Occidente acquistarono il nome di Tirreni, cioè di
"costruttori di torri", notizia unita all'altra di Strabone che
chiama gli antichi Sardi "Tirreni", non gli dicono proprio nulla? E
non risulta che gli antichi Sardi hanno costruito non meno di 7 mila
torri, i famosi nuraghi, più di quante cioè non ne
hanno costruito tutti gli altri popoli dell'antico Mediterraneo messi
insieme?
E poi la notizia di uno scoliaste di Platone che deriva il nome della
Sardegna da quello di Sardeis capitale della Lidia?; e
il fatto che i Greci chiamassero Sardianói sia gli
abitanti di Sardeis sia quelli della Sardegna? Sono,
tutte queste, notizie di carattere storico ed anche di carattere
linguistico che valgono immensamente più delle
elucubrazioni meteorologiche di non pochi linguisti
sostratisti...
Il W. non riesce a nascondere del tutto la sua indignazione di fronte
alla mia tesi, secondo cui "i toponimi si estraneano spesso dal
contesto degli appellativi, finendo con l'avere uno sviluppo fonetico
tutto particolare" (pag. 44). Io ribadisco che ciò avviene in
tutti i domini linguistici; per la Sardegna cito questi toponimi, il
cui sviluppo fonetico non è del tutto "regolare" rispetto alla
loro rispettiva base: Assèmini (mediev.
Arsemine) < Artemide(m), Borútta < crypta,
Cagliari < Caralis, Cedrino < Kaídrios, Cúglieri
< Gouroulís, Florinas < figulinas, Fordongiani <
Foru(m) Traiani, Logudoro < Lugudone, Olmedo < ulmetu(m), Riola
< rivora, Sárrabus <
Sárapis/Sérapis "Serapide",
Sorábile < Serapide(m). E molto significativi
sono i casi del topon. Sédilo (villaggio; mediev.
Setilo), che non ha seguito esattamente la sorte del
rispettivo appellativo sedilese séttile 'e linna
"grande distesa e abbondanza di legna", e del topon. nuorese
Grukes "Croci" che non ha seguito la sorte del rispettivo
appellativo rukes.
Non è poi affatto vero che io abbia "assignée une
ètymologie gauloise à Logudoro, à
l'ancien Lugudonec de l'It. Ant. et à Budoni".
Io ho fatto derivare i moderni Logudoro e Budoni
rispettivamente dagli antichi Lugudone e (Portu
Li)guidonis, mentre per Logudone ho prospettato, con la
massima cautela, una semplice ipotesi di lavoro.
In questo medesimo ordine di idee, io difendo il criterio, da me
esplicitamente dichiarato nella Prefazione: data la nota
difficoltà della ricerca toponomastica conseguente al fatto
che molti toponimi ormai risultano opachi, cioè privi di
significato, ritengo che sia molto meglio una ipotesi azzardata che
nessuna ipotesi; infatti, da un'ipotesi azzardata - che alla fine
potrebbe anche risultare errata - prospettata da un linguista,
potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore o addirittura
quella vincente, prospettata da un altro linguista... (pag. 10). Il
W. non accetta questo mio criterio di ricerca e lo ha dimostrato
anche nel suo recente libro Toponomastica Barbaricina
(Nùoro 1998), in cui ha deliberatamente escluso ogni
considerazione di carattere semantico per i toponimi sardi risalenti
al sostrato prelatino, per i quali non ha mai prospettato o
semplicemente azzardato nessuna soluzione, anzi nessuna ipotesi di
soluzione. "Chi non fa non falla", dice un proverbio italiano; ed
infatti per i toponimi sardi prelatini il W. non sbaglia mai, dato
che mai dice qualcosa su di essi, eccettuata una analisi
esclusivamente strutturale della loro forma fonetica. Ma - dico io -
il sapere va avanti col parlare, anche col parlare
sbagliato, mentre non va mai avanti col totale ed esclusivo
tacere. Col risultato finale che con questo suo libro gli
studi relativi al sostrato prelatino della Sardegna non hanno fatto
nessun passo in avanti.
Nello studio di una qualsiasi lingua tutti i linguisti, nel tentativo
di spiegare particolari trasformazioni fonetiche, siano soliti
richiamare trasformazioni analoghe di altre lingue, anche molto
distanti fra loro, geneticamente e pure nello spazio e nel tempo.
Invece il W. mi contesta questo diritto per trasformazioni che
riguardano un dialetto o suddialetto sardo rispetto ad un altro: ad
es. la scomparsa della originaria r semiconsonantica nel
toponimo logudorese Semestène < lat. semestre
proprio come nel campidanese pirastu < pirastru, Ollasta <
Ollastra. Ed egli ignora o dimentica che perfino nel logudorese
centrale la r semiconsonantica talvolta scompare, come in
priore/piore, pro/po, supra/supa. D'altra parte, con un
procedimento del tutto opposto, il W. mi contesta la derivazione del
topon. Sorso < lat. deorsum (siamo in zona
sassarese), perché da questa base latina è
derivato il logodorese josso... Forse che non è noto
che il sassarese è un dialetto di origine còrsa, per
cui è illegittimo richiamare ed opporgli un vocabolo
logudorese?
Il mio recensore si dimostra molto distratto quando mi contesta la
derivazione del topon. Laverru, Laerru < lat.
alaternus "fillirea" (> centr. alatérru, log.
aladerru), perché non ammette un passaggio -t- >
-v-, non accorgendosi che io ho segnalato per questo fitonimo
anche la forma alavérru per Laconi, Norbello e Santu
Lussurgiu. Qualche volta egli trascura le stringenti considerazioni
di carattere geomorfico da me richiamate per certi toponimi:
Anela < lat. (via) anhela "(strada) faticosa o
ripida" (cfr. lat. montes anheli "monti faticosi o ripidi")
(l'attraversamento della catena della Costera dalla parte del Goceano
è estremamente difficoltosa a causa della ripidità
della montagna); Monte Ortovène < lat.
ortivus "levante, nascente, sorgente" + suff. sardiano
-ène, col significato di "Monte (del sole) nascente o
sorgente", "Monte (del sol) levante", dato che è situato ad
oriente di Nùoro e da esso per tutto l'anno sorge il sole per
noi Nuoresi.
Il W. ha buon gioco, a prima vista, nel presentare come inaccettabili
certe mie connessioni etimologiche a titolo di semplice
omoradicalità: Loccòe col lat. locus,
Lodine con lat. lutum, Longone (insenatura stretta e
lunga) col lat. longus, Ollolai col lat. ollula
(che significa non soltanto "casseruola", ma anche "conca"!), ma
questo egli fa sorvolando sul fatto che tale mio procedimento
è giustificato, fondato e confermato da altre numerose
connessioni e considerazioni.
E lo stesso procedimento segue parlando di mie connessioni
sardiano-etrusche, criticando, ad es., la mia connessione del
fitonomo prelatino tethi "smilace aspra" con la glossa etrusca
rhadia "smilace aspra", tralasciando però di osservare
che io ho scoperto la variante del fitonimo sardo rethi; e
ancora thothóriu "gigaro" con la glossa etr.
gigarhoum "gigaro" attraverso una forma *chicharu/thitharu
con uno scambio delle consonanti spiranti uguale a quello degli
etr. zilach/zilath "console".
È senz'altro vero che io non ho motivato l'uso del
vocabolo suffissoide riguardo ai toponimi sardiani;
però mi sembrava che non fosse necessario farlo. Io parlo di
suffissoidi rispetto alle terminazioni -ái,
-éi, -ói, -úi per il fatto che in origine
non erano affatto suffissi, dato che - come ho dimostrato
già nel 1958 - sono nati da semplici vocali ossitone
-á, -é, -ó, -ú, le quali hanno
assunto un vocale -i paragogica al fine di evitare la
ossitonia non prevista dal latino e dal sardo-latino.
In termini di documentazione linguistica è quasi
incredibile che il W. osi contestare l'esistenza ad Orgosolo del
toponimo Ovòrqe e della variante Ovodduthái
rispetto all'altra Ovadduthái. Se egli non li hai
registrati, perché contesta che possa averli registrati io?
Oltre che essere nato e vissuto a un tiro di schioppo da Orgosolo, io
ho avuto alcuni allievi di questo villagio e come ottimo informatore
Serafino Spiggia, diventato maestro elementare dopo aver fatto il
pastore; egli, come cultore della materia, è stato il II
relatore di una tesi di laurea della mia allieva orgolese Maria
Antonietta Meloni, sul Lessico agro-pastorale del dialetto di
Orgosolo (anno acc. 1990-91). Sull'argomento debbo ricordare al
W. che nella metodologia della documentazione linguistica vale il
criterio della testimonianza positiva, mentre non vale quasi
nulla quello della testimonianza negativa: supponendo che ad
Orgosolo esistano 5 mila abitanti, quand'anche 4999 dicessero che non
esiste un toponimo Ovòrqe, mentre uno solo - accertata
la sua buona fede - dicesse che esiste, quest'unica testimonianza
sarebbe del tutto sufficiente per poter e dover registrare il
toponimo. Al massimo potrei concedere al W. che ad Orgosolo il
toponimo suonerebbe *Ovòlqe; ma controbbietterei che
potrebbe trattarsi di un toponimo di una zona confinante con un altro
paese barbaricino...
La stessa cosa dico rispetto ad Iglesias = Bidda 'e
grèsia che soltanto in epoca successiva fu interpretato
"Villa di Chiesa", mentre molto probabilmente in origine significava
"Villaggio dei ciliegi": con totale sicurezza il W. asserisce che il
vocabolo sardo kerèssia "ciliegio,-a" "non è
stato mai sincopato". Io, che conosco e adopero il sardo da molto
più tempo del W., da un lato dico che crèsia
"ciliegia" l'ho udita io e si usa tuttora a Sarule,
dall'altro segnalo che Amatore Cossu, Flora Pratica Sarda
(Sassari 1968) a pag. 189 cita la forma crèssia per la
Sardegna centrale....
Altre etimologie di toponimi, da me proposte quasi sempre in forma
dubitativa ("probabilmente", "è probabile", "è
verosimile"), non vengono accettate dal W. senza però che egli
presenti alcuna motivazione del suo rifiuto. Io gli riconosco appieno
questo suo diritto: rispetto ad "etimologie soltanto probabili" si
può legittimamente dare il proprio assenso oppure negarlo, si
può "credere" oppure "non credere". Però sarebbe stato
opportuno che egli avesse almeno accennato qualche ragione della sua
"non credenza".
Tralascio altre critiche meno sostanziali del W., alcune delle quali
le giudico pertinenti altre no.
MASSIMO PITTAU